Il Velodromo di Cesare Ligini, Dagoberto Ortensi e Silvano Ricci, non esiste più. L'impianto sportivo che il Corriere dello Sport del 6 novembre 1958 definiva il più perfetto ed il più bello del mondo, è stato demolito. Per definire la bellezza essenziale del Velodromo, fatta di curve e di movimenti di terra, il pro-fessor Tonino Terranova aveva scomodato, solo un anno fa, la land art. Ora non c'è più. Niente di male, è la città che muta, indifferente ai nostri sentimenti, figuriamoci alla memoria delle medaglie d'oro di Beghetto, Bianchetto, Gaiardoni, Maspes... La popolarità del ciclismo non è più quella del 1960, ed il Velodromo era chiuso da quasi quarant'anni. Di fronte alle dure leggi della necessità, non mi ostinerei certo a difendere le opere di Cesare Ligini, bravo quanto schivo progettista romano (e mio zio, confesso il mio nepotismo), il cui viso sorridente del giorno dell'inaugurazione, sotto un grande cappello di foggia già antica per gli Anni Sessanta, mi si è parato di fronte dalle pagine di una pubblicazione curata dall'Osservatorio sul Moderno delle Facoltà di Architettura dell'Università «La Sapienza». Abbandonerei alla damnatio memoriae che le ha colpite Velodromo e Torri dell'ex Ministero delle Finanze. Non fosse che, il 17 ottobre, solo due settimane fa, all'Archivio di Stato all'EUR, in un convegno che celebrava la donazione a quell'archivio pubblico dei disegni di Cesare Ligini, erano stati avanzati pesanti dubbi sull'opportunità della demolizione. Non fosse che mancava ormai solo un anno a quei cinquant'anni di esistenza, che avrebbero consentito alla Sopraintendenza ai Monumenti di Roma di apporre il vincolo. Non fosse che EUR Spa e Comune di Roma, entrambi invitati a quel convegno, hanno preferito alla discussione l'assenza. Impianto irrecuperabile per ragioni statiche? Il professor Piccarreta aveva autorevolmente contraddetto il parere del professor Foretti (che, notoriamente, è piuttosto storico dell'architettura che strutturista; ma le cui competenze sono le più vicine a quelle di uno strutturista tra i quattro esperti consultati dall'EUR Spa), mettendo anzi in evidenza le potenzialità antisi-smiche di una struttura che, all'avanguardia rispetto ai suoi tempi, per metà poggiava direttamente sulla terra. Impianto obsoleto funzionalmente? Lo ha smentito il presidente della Federazione ciclistica del Lazio: che ha ipotizzato un suo uso sportivo quotidiano come terminale di quel vero e proprio monumento allo spreco (stile pre mani pulite dei Mondiali di calcio Italia '90), che è la pista ciclabile di Roma. Come ha ben sintetizzato l'economista Pietro Valentino: «Gli interessi del Comune di Roma coincidono con quelli dell'EUR Spa?». Se sono innegabili i vantaggi economici per l'EUR Spa dalla città acquatica, piscine e soprattutto impianti - oggi molto trendy - di fitness, che prenderà il posto del Velodromo; la costruzione del nuovo velodromino (l'uso del diminutivo è già significativo) costerà alla città di Roma 6 milioni di euro (di cui solo uno proveniente dall'EUR Spa). Ce n'è abbastanza per arrivare a domandarci, in questi tempi in cui ci si interroga sui costi della politica, se sia stato giusto, anziché abolire l'Ente EUR, trasformarlo in una Spa, curioso ircocervo di nomine pubbliche e finalità private.