«Così com'è messo, ormai il quartiere è impossibile da sistemare». Il muro e il cemento inchiodano al grigio piazza Schiavone. Il traffico strozza via degli Imbriani e piazza Bausan. Il verde è un ritaglio tra i palazzi. Ecco: «Se si sbaglia una volta, purtroppo è impossibile rimediare». L'architetto Kengiro Azuma, 81 anni, giapponese di Yamagata in Bovisa da cinquant'anni, ci aveva provato a evitare «l'errore» dell'amministrazione. Nel 1997 firma un piano, lo chiama «Percorso nel tempo», partecipa al concorso «99 progetti per Milano». Ogni architetto ripensa liberamente il suo quartiere. Per Azuma la Bovisa è verde, pedonale, con le auto imbustate in tunnel e parcheggi sotterranei. Una lunga promenade alberata collega piazza Bausan a piazzale Lugano attraverso lo snodo di piazza Schiavone. Il paesaggio è addolcito da fontane e sculture bronzee a goccia d'acqua. Poi? «Non se n'è fatto nulla, è il mio grande rimpianto. Il verde non c'era e non è arrivato. Ma come si può vivere- con tutto questo traffico e inquinamento?». Il laboratorio del maestro Azuma è in ciò che resta della Cinecittà di Milano. Via Baldinucci 60, di fronte alla vecchia Milano Film. Cinquanta metri quadrati densi di Sculture, disegni, attrezzi, vernici, ritagli di giornale. «Sono arrivato qui dal Giappone e non mi sono più mosso. Mi sono affezionato, la Bovisa è diventata la mia città». E lo è ancora, nonostante «la vergogna di quel muro spaventoso in piazza Schiavone, nonostante tutti i soldi buttati per mettere ed eliminare i lampioni». Che spreco, che incuria, «quanti milioni spesi per niente». E che rimpianto non aver potuto regalare al quartiere il suo progetto. Nelle tavole, «l'obiettivo» era scritto così: «Creare con il verde un percorso artistico naturale in continuo rapporto con l'architettura e la figura umana, per migliorare la qualità della città». Poesia, per chi vive in Bovisa. La laurea all'Università di Tokio nel 1954. Poi il diploma alla scuola di Marino Marini, all'Accademia di Brera, e l'apertura dello studio in via Baldinucci. Azuma ha due figli milanesi, un architetto e una laureata in scienze forestali. Ma questa Milano, dice, «proprio non vuole crescere, non riesce a diventare una città europea». Non cresce perché «non crea niente, non sviluppa idee». Piuttosto, sorride il maestro, «ristruttura». Ristruttura l'Arengario per ospitare il Museo del Novecento, riacconcia la Triennale per il Design, «mentre dovrebbe demolire e realizzare spazi, avere una sua architettura contemporanea». E allora si finisce a fare filosofia, che «è proprio vero che la vita è piena di ambiguità e contraddizioni. È il motivo per cui continuo la mia ricerca». La nuova Bovisa è oltre la porta. Ma ad Azuma non piace più.