Resta pesante, anzi pesantissimo, il condono edilizio che uscirà oggi in versione definitiva da Palazzo Madama per avviarsi alla Camera, dove il Governo conta di blindare il decreto legge 269. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e il suo braccio operativo, il sottosegretario Maria Teresa Armosino, alla fine hanno ridotto i danni che potevano arrivare al gettito dalle turbolenze nella maggioranza sull'articolo 32. Ed è presumibile che l'incasso previsto di 3,8 miliardi 3.165 milioni dal condono su 'aree private e 634 dalle aree demaniali resti praticamente intatto. E comunque compensato dai maggiori introiti derivanti dall'alienazione di immobili, come afferma la relazione tecnica presentata ieri. I due tagli apportati al condono dal maxiemendamento governativo, per dare un contentino a chi nella maggioranza voleva alleggerire la sanatoria, non sono destinati a fare sconquassi. Certamente non il limite di tremila metri cubi (pari a una superficie di mille metri quadrati) per ciascun edificio di nuova costruzione, che si sovrappone a quello di 750 metri cubi per domanda: significa poter sanare uno stabile con 25 appartamenti da cento metri quadrati ed è probabile che fuori di questo perimetro resti ben poco, considerando che il limite volumetrico vale solo per gli edifici residenziali e non, per esempio, per un megalbergo. Più importante sul piano politico che su quello sostanziale anche l'emendamento che esclude dalla sanatoria il demanio marittimo, lacuale e fluviale, oltre che «i terreni gravati da diritti di uso civico». Si tratta di un paletto importante che punta a salvaguardare spiagge e litorali, ma che non cancella comunque uno dei dati più rilevanti di questo condono: che è la prima volta che la sanatoria edilizia "invade" le aree di proprietà statale e pubblica. Proprio su questo emendamento si è scatenata una guerra fra opposizione e maggioranza per interpretarne la reale portata. Per Sauro Turroni (Verdi) «l'emendamento esclude in realtà solamente la cessione a titolo oneroso del terreno su cui l'abuso è stato realizzato, ma non vi è nessuna preclusione alla sanatoria». L'emendamento al comma 14 che è la norma-perno della sanatoria su aree demaniali sembra riferito, in verità, anche all'altra ipotesi che legittima la sanatoria su aree demaniali, alternativa alla vendita del terreno, vale a dire l'estensione o il rilascio della concessione per il mantenimento e l'utilizzo del bene. In sostanza, la sanatoria delle opere abusive realizzate sulle aree di proprietà dello Stato è condizionata da due ipotesi valutate dall'agenzia del Demanio: la vendita del terreno su cui l'opera è realizzata oppure, nel caso l'area sia inalienabile, l'estensione della concessione per l'utilizzo dell'opera ex abusiva. L'esclusione disposta dal maxiemendamento sembra riguardare entrambi i casi vendita e concessione e, poiché il rilascio del titolo di sanatoria è «subordinato» a una di queste due possibilità, anche la sanatoria sembra preclusa su spiagge e litorali. E, infatti, Fausto Giovanelli (Ds) è più prudente di Turroni e si limita a chiedere un'interpretazione della norma. Mentre Turroni e Giovanelli sono accomunati in un giudizio politico di «indecenza» dell'intero impianto normativo e, in particolare, proprio del "premio ai furbi". Chi ha realizzato opere abusive in aree di proprietà dello Stato viene premiato non solo con il condono che estingue il reato, ma anche con la possibilità di acquistare il terreno a prezzi scontati o con l'incasso di una concessione. In compenso, sempre il maxiemendamento ha introdotto un vincolo di inalienabilità per cinque anni dell'area cosi acquisita. Altre correzioni di un certo rilievo sono quelle che impongono il concerto del ministero dell'Ambiente ai fondi di risanamento e riqualificazione gestiti dai ministeri delle Infrastrutture e dei Beni culturali, quello che trasferisce dai snidaci ai Prefetti la titolarità del procedimento per la demolizione delle opere abusive, quello che da priorità per i fondi alle aree su cui giù esiste un piano di riqualificazione Prusst, quello che estende dal 30 al 50 il premio ai Comuni che scovano un conguaglio da pagare nell'oblazione, l'inapplicabilità alle domande già presentate delle modifiche apportate dal decreto legge 269 alle leggi sul condono del 1985 (n. 47) e del 1994 (n. 724, articolo 39). Resta il termine molto lungo, al 31 marzo, per presentare domanda di sanatoria e pagare il primo acconto di oblazione e oneri concessori. Resta la previsione delle norme regionali per definire gli aspetti attuativi del condono e l'incognita derivante dai ricorsi presentati alla Consulta. Restano la novità dei fondi per la riqualificazione e l'esclusione di gran parte delle aree vincolate. Nessuno sconto stavolta è passato su oblazione e oneri concessori né è stata eliminata la possibilità per Regioni e Comuni di aumentare l'una e gli altri per destinare maggiori risorse al risanamento delle zone abusive.
Condono edilizio, così cambiano le regole
Il condono edilizio che uscirà oggi in versione definitiva da Palazzo Madama per avviarsi alla Camera, ha subito alcuni tagli, ma il gettito previsto è ancora molto alto. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, e il sottosegretario Maria Teresa Armosino, hanno ridotto i danni che potevano arrivare al gettito dalle turbolenze nella maggioranza sull'articolo 32. Il condono su 'aree private e 634 dalle aree demaniali previsto di 3,8 miliardi 3.165 milioni resterà praticamente intatto. I due tagli apportati al condono dal maxiemendamento governativo non sono destinati a fare sconquassi.
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