ROMA Hanno provato a resistere in tutti i modi. Poi, alla fine si sono dovuti inchinare davanti alle «ragioni di cassa». I beni demaniali si potranno vendere con la semplice procedura del silenzio assenso delle sovrintendenze. E a furia di tirarlo da una parte e dall'altra il condono edilizio è diventato super. Magari elastico, ma davvero super. Di fronte alle esigenze di bilancio, e soprattutto davanti alla prospettiva del voto di fiducia, ogni problema di coscienza è stato comunque spazzato via. Capita così che il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani, il quale aveva scagliato l'anatema contro il silenzio-assenso, minacciando il ricorso a un'arma letale, ora si dica «soddisfatto». E giudichi «accettabile l'allungamento dei termini a 120 giorni». Confidando che le liste dei beni da vendere «che il ministro dell'Economia dovrà stilare» saranno fatte con giudizio. La speranza, cioè, è che non ci siano sorprese imbarazzanti. Il fatto è che le esigenze del ministro dell'Economia Giulio Tremonti hanno prevalso e ora non resta che appellarsi al codice dei beni culturali, che dovrebbe diventare operativo tra qualche mese insieme agli elenchi dei beni incedibili. Unica consolazione, il fatto che almeno sarebbero stati messi al riparo i beni «mobili», per i quali, insieme a quelli «immobili» è previsto lo stesso meccanismo del silenzio-assenso. Ma, è bene precisare, non in seguito a un'iniziativa del ministero. L'ormai famoso emendamento Tarolli avrebbe infatti consentito, almeno in teoria, di vendere senza colpo ferire anche quadri, statue e mobilio pregiato. Se non fosse che la maggior parte dei beni «mobili» pubblici sono nei musei e ricadono quindi automaticamente nella tutela di legge. Il problema, semmai, si pone per quelli che non ci sono, nei musei. «Soddisfatto», naturalmente a denti stretti, si dice ora anche il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli, che era contro il silenzio-assenso e ha pure dovuto digerire un condono che non voleva. Del quale probabilmente finiscono per sfuggirgli anche dettagli importanti, se è vero che gli emendamenti sono stati predisposti dalle Infrastrutture e dall'Economia. E forse il silenzio con cui ha reagito al sospetto che il demanio marittimo non sia escluso dalla sanatoria ne è la dimostrazione. Umana la sua difesa: «E' un condono che francamente non stravolge nulla. E con quattro mesi di silenzio-assenso c'è il tempo di esaminare le pratiche». Ma «soddisfazione» esprime, addirittura attraverso una nota ufficiale, anche il senatore di Alleanza nazionale Giuseppe Specchia, l'ariete che avrebbe dovuto scardinare il condono di Giulio Tremonti. li suo emendamento, che puntava a limitare la sanatoria, è stato fatto a pezzi. In compenso Specchia ha portato a casa i poteri d'intervento dei prefetti sulle demolizioni, che considera «un formidabile deterrente per i futuri abusi». Al punto da credere possibile che «questo sarà l'ultimo condono, poi non ce ne saranno più per mancanza di abusi». Fatta questa premessa, tuttavia, non può che ammettere: «Alleanza nazionale era contraria a un condono largo, abbiamo cercato di limitare i danni». Schiettamente, pure il senatore leghista Francesco Moro, altro alfiere della battaglia contro la sanatoria edilizia, concorda: «Abbiamo cercato di piantare dei paletti, abbiamo messo qualche freno». Dice Moro: «Era uno dei metodi per fare cassa e l'abbiamo accettato, obtorto collo. Non era il più giusto, ma l'alternativa qual era? Aumentare le tasse?» Ma qualche colpa, secondo l'esponente della Lega, ce l'ha pure il centrosinistra: «Se l'opposizione avesse fatto quale proposta alternativa, l'avremmo potuta valutare. Invece hanno sempre e solo detto no. Ma salti di gioia, come nel caso del silenzio-assenso, non ne abbiamo fatti, sia ben chiaro».