Nel dibattito sui costi della politica occorre inserire anche la valutazione sui costi impliciti nella sopravvivenza della Stretto di Messina Spa. Una società interamente in mano pubblica, istituita per promuovere e coordinare la costruzione del ponte. Senza però compiti operativi, nel senso che la progettazione e leventuale costruzione del ponte sono state aggiudicate ad altre imprese. Sembrerebbe a questo punto, per ragioni varie, non ultima laccantonamento del progetto, che la società non abbia più la sua missione essenziale, per svolgere la quale aveva persino istituito due info-point destinati a informare e sensibilizzare lopinione pubblica sullopportunità della costruzione del ponte e sullo stato di avanzamento del progetto relativo. Da fonti di stampa si è appreso che la società continuerà a interessarsi di ponti grazie a una commessa ottenuta in Albania. Questi i fatti. Veniamo ora ai costi, ricostruiti attraverso una lettura del bilancio 2006. In una nota di Lavoce.info si pone in rilievo linesistenza, intanto, di ricavi a fronte dei quali occorre comunque assicurare lo stipendio a cento dipendenti tra i quali (ed il rapporto è assolutamente anomalo) ben tredici dirigenti. La struttura complessiva dellimpiego è variegata (tempo parziale, livelli bassi e cosi via) ma in media (scontando le ingenerose generalizzazioni di questultima) ogni dipendente, tra salario e accantonamenti per la liquidazione (Tfr), porta a casa 90 mila euro. Seguiamo la nota prima citata. Una impresa come la Stretto di Messina, apparentemente oggi senza particolari carichi gestionali, viene amministrata da undici consiglieri di amministrazione (più, ovviamente, il collegio sindacale) con una spesa complessiva, limitandoci al cda, pari a 1,6 milioni di euro lanno (tre miliardi delle vecchie lire, per intendersi). Non ci risulta che alcun consigliere abbia rinunziato allindennità spettante come pur fece anni addietro, ed è un gesto che merita di essere ricordato e sottolineato, uno dei presidenti di questa società, il senatore Nino Calarco, fornendo un esempio che, nellambito dei costi della politica, quasi nessuno si è mai sognato di raccogliere. Sono pochi o sono troppi 1,6 miliardi di euro per amministrare cento persone in assenza di ricavi? Qualche confronto permette di far chiarezza sul punto. Il consiglio di amministrazione di Enia, una società pubblica emiliana che fornisce servizi con quasi 2 mila dipendenti e un fatturato che supera il miliardo di euro, viene retribuito complessivamente con 800 mila euro, una somma pari cioè alla metà di quella iscritta nel bilancio della Stretto di Messina. La cui sopravvivenza assorbe 21 miliardi di euro lanno. Di fronte a questi dati, respingendo tirate demagogiche e furori sicilianisti di vecchia memoria, è bene porsi alcune domande. Secondo il ministro Di Pietro leliminazione della società imporrebbe il pagamento di una penale, quantificata in 270 milioni, allimpresa (lImpregilo) che ha vinto la gara per effettuare lopera. Ma la penale, si è più volte affermato, era legata alla non effettuazione di un progetto definito, approvato, cantierabile, come si usa dire. Sotto questo profilo, quale ruolo gioca lesistenza in vita della Stretto di Messina visto che la stessa penale non dovrebbe essere corrisposta in caso di non approvazione del progetto, rimborsato solo per i costi sostenuti nella sua redazione? Tra le varie dichiarazioni del ministro Di Pietro spunta lipotesi di un drastico taglio alla struttura della Società dello Stretto di Messina, come contropartita al suo mantenimento in vita, sia con riferimento alloccupazione sia agli oneri amministrativi. Ma davvero questo permette di rinviare la costruzione del ponte senza pagare penali allimpresa che si è aggiudicata il relativo appalto? Ci troviamo di fronte a tre profili di dibattito sul tema difficilmente conciliabili: la difesa irruente della società; lopacità sui motivi alla base di questa difesa; linoppugnabile peso economico di questa difesa. Se torniamo a discutere sul ponte non possiamo tralasciare una questione chiave: a che stato di avanzamento è arrivato il gruppo di lavoro nominato dal governo della Regione per elaborare il piano finanziario «fai da te» grazie al quale i siciliani il ponte lo avrebbero costruito da soli e contro tutti? Non sappiamo se il gruppo, che ci sembra abbia avuto anche un coordinatore nei panni di un alto burocrate, abbia lavorato per spirito di servizio o comunque retribuito. In entrambi i casi anche questo si è risolto in uno di quei costi-spreco della politica sui quali oggi si concentra, almeno in apparenza, attenzione.