Centri commerciali e outlet stanno invadendo il territorio. Una ricerca su come sono cambiati i non-luoghi Martinotti: sono spazi democratici Gregotti: insensato consumo di suolo -------------------------------------------------------------------------------- Cerano una volta i non-luoghi. Adesso i non-luoghi sono diventati super-luoghi. Stazioni ferroviarie, aeroporti, ma soprattutto centri commerciali e outlet hanno perso da tempo le caratteristiche di contenitore anonimo e senza identità, di zona vuota di senso e di storia, e si sono trasformati in oggetti architettonici che dominano il territorio in cui sorgono, invadono il paesaggio, spesso lo aggrediscono. Questo passaggio di stato è avvenuto nel corso del tempo - e di tempo ne è trascorso da quando il sociologo francese Marc Augé nei primi anni Novanta definì il non-luogo - e riguarda larchitettura, lurbanistica, ma anche la sociologia urbana e il vasto mondo della tutela (dalle soprintendenze alle associazioni e ai comitati di cittadini). La civiltà dei superluoghi viene ora raccontata in una mostra che si è aperta a Bologna, presso la Galleria Accursio, e da un volume che raccoglie una ricerca promossa dalla Provincia e dal Comune e curato da Matteo Agnoletto, Alessandro Delpiano e Marco Guerzoni, tre giovani urbanisti (Damiani, pagg. 203, euro 20). Lindagine si sofferma anche sui super-luoghi italiani. Richard Ingersoll, storico dellarchitettura californiano, che da anni insegna a Firenze, ne esamina a fondo alcuni, lInterporto di Bologna, lIpercoop di Montevarchi, lIkea del capoluogo toscano, lOutlet Village di Serravalle Scrivia. Sono lo scenario, dice Ingersoll, nel quale trasportare unipotetica versione italiana di American beauty. LInterporto è grande quanto la metà del centro storico di Bologna, ma è frequentato solo da Tir che scaricano e caricano merci. LIpercoop riproduce, nota Ingersoll, la "fantasmagoria" che Walter Benjamin rintracciò nei passages. È unimmensa scatola di cento metri per lato, con parcheggi allaperto e sotterranei. Accanto è sorta una multisala, sempre a forma di scatola, che ha fatto fallire i cinema dei tre paesi vicini. Tuttintorno sfilano strade e svincoli che il Comune di Montevarchi ha fatto costruire per evitare che il traffico impazzisse. «LIpercoop esiste ormai da quindici anni ed è considerato un luogo con una propria storia», annota larchitetto americano. «Il corso e le piazze di Montevarchi sono state abbandonate dai suoi cittadini e ora sono frequentate solo da immigrati». AllIpercoop ci vanno tutti, i prodotti sono ottimi, i prezzi pure, cè lavoro per tanta gente. Intanto, però, altri scatoloni si progettano e così lo sfruttamento del territorio diventerà intensivo e travolgente. Da Serravalle Scrivia partì, nel 2000, la stagione degli outlet italiani. Il prototipo di Serravalle è il più grande dEuropa, si estende su quasi quattro ettari e, nonostante sia in provincia di Alessandria, simula larchitettura di un centro storico veneto, con la piazza e le barchesse, gli edifici con alte arcate delle ville del Brenta, adibiti a rimesse, stalle e depositi alimentari. È visitato da tre milioni di persone ogni anno, più degli scavi di Pompei. La riproduzione, il kitsch, lassemblaggio di stili - il finto borgo medievale, la finta Roma antica, la finta città rinascimentale, il finto country - saranno poi la cifra di tutti gli outlet italiani, ormai alcune decine, senza contare quelli che si progettano (ad essi ha dedicato uno studio Fabrizio Bottini: si intitola I nuovi territori del commercio, edito da Alinea). I super-luoghi hanno una forte potenza simbolica, scrivono i curatori della mostra. Persino Wal Mart, grande catena di distribuzione americana, segnala il sociologo Giandomenico Amendola, ha scoperto gli architetti e sta abbandonando lidea di capannoni "a scatola da scarpe". «Non sono più semplici contenitori, ma prodotti essi stessi», commenta Amendola. Sono lemblema della città che si disperde nel territorio, il centro che di solito manca in essa: vorrebbero rappresentare quello che erano le piazze italiane e, nelle piazze, la scalinata del duomo e persino il monumento ai caduti. E infatti ecco che le imitano. Sono degli irresistibili attrattori, spazi prediletti del tempo collettivo, della socializzazione e dellautorappresentazione. Calamitano pubblico, ma anche altro cemento. Impongono al territorio circostante di adattarsi. Rappresentano «il just in time dellurbanistica, il prêt-à-porter dellarchitettura», consumano suolo e fanno crescere di valore il suolo che cè intorno. Seguono disinvoltamente solo le leggi di mercato e spesso sono occasioni doro per chi specula e campa di rendita immobiliare. Secondo lurbanista Edoardo Salzano, raffigurano uno dei punti in cui meglio si misura lo squilibrio oggi in Italia fra limpresa commerciale e immobiliare (fortissima) e le amministrazioni pubbliche (debolissime). I super-luoghi, si domandano Agnoletto, Delpiano e Guerzoni, sono nuova città? Il quesito percorre tutti i contributi al volume e disegna unampia gamma di risposte, dallaccettazione con riserva fino al ripudio più secco. I tre curatori si muovono come equilibristi su un filo e si chiedono come sia possibile governare questo fenomeno, piuttosto che rifiutarlo. Come tenere agganciati alla città questi insediamenti evitando che diventino altre periferie inospitali e, comunque, tutelando paesaggio e qualità architettonica. Guido Martinotti, sociologo urbano, invita a comprenderli e a visitarli «con latteggiamento intelligente del flaneur». Perché è vero, che si tratta di «spazio pubblico mercificato», ma è anche vero che è «spazio eterogeneo, democratico nel senso di popolare, accessibile a tutti, non aristocratico». Diverso il parere di un urbanista, Giancarlo Consonni, e di un architetto, Vittorio Gregotti. Per Consonni, i super-luoghi sono «rinuncia alla città»: «Ancora mezzo secolo fa il mondo umanizzato era fatto di luoghi e di paesaggi concepiti per accogliere la vita individuale e sociale: teatri che avevano il carattere di interni a cielo aperto. Questa condizione è ora progressivamente erosa. E per mitigare linospitalità dei contesti metropolitani si predispongono dei simil-luoghi e delle simil-città. Quel che basta per dare una parvenza di libertà alla simil-vita». Come anti-città li interpreta anche Gregotti, che denuncia «linsensato consumo del bene finito del territorio», e «i costi infrastrutturali molto alti». È unanti-città, conclude larchitetto, «che si è talvolta cercato di ribaltare sulla stessa città consolidata con risultati grotteschi, ma purtroppo permanenti».
PAESAGGIO: Considerati oggetti senza identità, ora dominano il paesaggio
Il territorio italiano è invaso da centri commerciali e outlet. Una ricerca ha analizzato come questi luoghi siano cambiati nel corso del tempo. I centri commerciali e outlet hanno perso le caratteristiche di contenitore anonimo e senza identità, e si sono trasformati in oggetti architettonici che dominano il territorio in cui sorgono. Questo passaggio di stato è avvenuto nel corso del tempo e riguarda larchitettura, lurbanistica, ma anche la sociologia urbana e il vasto mondo della tutela. La civiltà dei super-luoghi viene ora raccontata in una mostra a Bologna e in un volume che raccoglie una ricerca promossa dalla Provincia e dal Comune.
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