Il viaggio in treno costeggia una periferia ininterrotta, da Eur-Magliana a Dragona, agglomerati ricchi di abusi e condoni immobiliari Un quartiere che sembra un paese, attiguo al Castello cinquecentesco, come uno scorcio di Trastevere rifatto per il set di un film Un paesaggio intatto da secoli, con i pini e i resti archeologici tali e quali li videro Goethe e i pittori tedeschi dellItalienische Reise A piazza Gregoriopoli cè un locale dalle vetrate finto liberty con qualche sedia in plastica: è il "Gran Caffè in piazza" -------------------------------------------------------------------------------- Non so che cosa sia Ostia Antica, a parte il sito archeologico che si visita pagando un biglietto e che concede di camminare tra basi e a volte mura di edifici romani, bellissimi mosaici con temi marini, anfiteatri, viali di rovine che spuntano tra lerba e i pini. A parte, anche, un nebuloso e alcolico ricordo di una serata estiva proprio lì, in cui mi innamorai di unattrice che leggeva poesie, e Amelia Rosselli ci presentò. Il fatto è che improvvisamente sono affascinato da Ostia antica, ma non riesco a capirla. Cerco di conoscerla nellunico modo che so, andandoci e perdendomi. Perdendo il mio tempo alla cieca. Forse a Ostia antica sto cercando addirittura una casa, proiettando lì il mio frequente e quasi compulsivo desiderio di abitare. Magari così la capirò. La distanza da Roma non mi spaventa. Comè che già quando in automobile svolto da via Marconi per la via del Mare, e per un tratto la strada è inghiottita dal verde, io mi sento già un po in salvo? Quanto alla mezzora scarsa di trenino, se proprio non coincide col rientro dei pendolari, è una passeggiata che dura il capitolo di un libro veloce. Dirò di più. Quando mi avvicino a Ostia antica in automobile lungo la via del Mare, oppure col trenino che nasce alla Piramide e corre parallelo alla strada, attraversando una periferia interrotta ogni tanto da alberi e radure, ma che si chiama Eur-Magliana, Tor di Valle, Casal Bernocchi-Centro Giano, Vitinia, Acilia e Dragona, agglomerati ricchi di abusi e condoni immobiliari; quando mi avvicino a Ostia Antica, e soprattutto verso il tramonto, mi sento miracolosamente liberato dai pesi e le afflizioni che mi porto dietro. In una parola, provo benessere. Quando arrivo al semaforo che a sinistra indica Castelfusano e a destra Ostia Antica (e dritto Ostia e Fiumicino), oppure nella stazioncina, mi sbraccio con gli occhi per cogliere la fonte di quel buonumore, che è una miscela di luce, di pini marittimi allorizzonte, di spazi vuoti e di verde macchiato qui e là dallocra delle rovine, come la rasserenante necropoli separata dalla strada da un reticolato. Sono sceso più volte dal trenino a Ostia Antica per rimanere lì, nella piccola stazione, a guardarmi intorno a 360 gradi. Mi sono seduto su una delle panchine azzurre lungo i binari e in quella quiete mi sono quasi addormentato. Dovrei dunque descrivere "Ostia antica" a partire dalla stazione, mio unico sicuro punto di orientamento. Quello che non capisco infatti è dove sia il paese, pardon il quartiere. Dove finisca. E dunque già dalla panchina laria è saporita e la luce brilla più che altrove. Alle mie spalle cè una distesa con pini marittimi e un gruppo di cipressi (è un piccolo cimitero), e una strada invisibile che porta a una vecchia casa rurale gialla che ospita maneggi di cavalli (anche per disabili) e un ristorante che reclamizza carne alla brace. Si attraversano aziende che producono prati erbosi, si costeggiano altri maneggi e recinti di cavalli. Dalla casa gialla in fondo, dopo una radura, cè una pineta che confina con Ostia moderna, e tra il verde trapela lazzurro e larancio di un complesso di edifici scolastici, soprattutto scuole professionali (è il quartiere dei "Promontori" di Ostia). È unarchitettura di parallelepipedi disposti come in un gioco di costruzioni da un bambino, ma poco più allegra di un supercarcere americano in un vecchio film a colori, con quei cortili grigi di cemento senza una panchina, solo parcheggi per auto. Comunque sia, la casa rurale gialla che si vede da lontano mi fa sempre sognare. Tornando alla mia panchina nella piccola stazione, dallaltra parte si vede, oltre la vetrata della sala daspetto, una serie di altri pini e le prime case dellagglomerato urbano, le case abitate dalla gente, cui si arriva attraverso un cavalcavia pedonale anchesso azzurro. Ma è più a sinistra, verso il mare, che i pini parasole fanno ombra allo sguardo come capelli verdi e crespi, mentre il cielo è inondato della luce dorata del tramonto. In quella luce (e in quellombra) si vede e si sente già il mare. Si vede soprattutto, e si sente, unapertura dello spazio: un paesaggio intatto da secoli, perché quellapertura tappezzata di pini è già parte della zona archeologica, tale e quale poté vederle Goethe. È intatto come lo spazio che appariva ai pittori, tedeschi e non solo, che facevano tappa qui durante il Grand Tour, o lItalienische Reise, nel Sette e Ottocento. E questo mi dà un enorme senso di pace e di soddisfazione. Cè, certo, unOstia abitata e moderna anche a Ostia antica, che sto cercando di conoscere e capire. Entrati in paese, in macchina al semaforo o sul cavalcavia azzurro che dalla stazione atterra nei pressi del Castello di Giulio II, cè unaltra strada parallela e quasi ahimè altrettanto trafficata dellOstiense. È viale dei Romagnoli, main street che conduce al vialetto degli scavi archeologici da una parte e al castello dallaltra. Noto due negozi di frutta e verdura, unagenzia viaggi chiamata Ostiensis, un parrucchiere unisex, una pizzeria, una gelateria, una tabaccheria, lufficio postale, la farmacia, alcune fermate di autobus, e poco altro. Qualche casa inizio secolo, annerita dai tubi di scarico. Ma cè anche una piazza. Allinizio sembra un luogo di transito, per la via della strada trafficata che a lambisce. Si chiama piazza Gregoriopoli. Una casupola alberga un caffé dalle vetrate finto liberty e qualche sedia fuori di plastica rossa: è il "Gran Caffé in Piazza". La ombreggiano due enormi lecci sotto cui i bambini giocano a palla guardati da sette o otto panchine su cui siedono anziani, mamme, sfaccendati di passaggio. Io sono uno di quelli. Il traffico della via del mare arriva attutito. E alla fine quello di viale dei Romagnoli è pur sempre un rumore di paese, transito locale. Poi cè il vecchio borgo, attiguo, se non addirittura interno al castello cinquecentesco. Immaginatevi uno scorcio di Trastevere rifatto per il set di un film, pulito e senzauto, i vicoli in miniatura decorati da vasi di gerani e altri fiori. È il lindo borgo di Ostia antica. Non è finto, anche se molti appartamenti pare facciano parte di un hotel che ha la reception appena fuori: è un "hotel diffuso", mi spiega altezzosa la signora al desk. È evidente che non è per tutto questo che amo Ostia antica, e che sto (forse) cercando lì una casa. Ho girato per le strade interne e periferiche di questo quartiere che sembra un paese. È quello che non cè a renderlo speciale, quello che non si vede. Laria tersa, la presenza assente, invisibile, del passato. Il concetto ambiguo di "rovine". Ho desiderato una di quelle case a schiera ai bordi del paese, io che normalmente le detesto, prospicienti quello spazio vuoto che spero e penso non sarà mai edificabile. Cè poi una stradina bianca che non ho ancora percorso, con linsegna di un centro per cani e lindicazione di un centro di agopuntura cinese perso chissà dove. Immagino un rurale riattato da allegri e savi sopravvissuti di culture minoritarie, e per questo così necessarie. Un giorno ci andrò. Forse lì sopravvive uno spirito di comunità, forse troverò una casa là in fondo, verso quella strada liminare dal nome assurdo, via del Collettore Secondario. Intanto guido piano, pianissimo lungo la Via delle Tombe, per gustare il silenzio nonostante il motore. Più avanti cè lidroscalo, altre tombe, cè il porto turistico, cè il mare a cui si arriva con una serie di strade tortuose che ricordano, pur nella bruttezza dei palazzi nuovi di Ostia, il percorso barocco per accedere alla meraviglia di piazza Navona. E il mare, quando ci arrivi, è una sferzata di luce e di colore, una botta salutare alla testa, agli occhi, al cuore, ai polmoni. Il mare è lì. Quello spazio vuoto e mosso come un prato azzurro al vento, meraviglia struggente. Non il mare degli stabilimenti, non quello dei bar, dei rumori. Il mare e basta.