RELIGIONI E SOCIETA' A Hierapolis, in Turchia (oggi Pamukkale), culla di una delle più antiche comunità ecclesiali, è riaffiorata l'epigrafe di una supplica della diaspora ebraica: la «preghiera di Manasse» - La scritta è stata trovata da archeologi italiani. Era sul frontone di un edificio, forse privato, che aveva scopi religiosi Gianfranco Ravasi di Gianfranco Ravasi Da lontano si intravedono nel loro candore abbagliante, simili alle "bianche scogliere" di Dover: sono i depositi calcarei delle acque che sprizzano a 35 dalle sorgenti termali dell'antica Hierapolis, "la città sacra", non per nulla chiamata in turco Pamukkale, cioè «castello di cotone», proprio per quelle stupende configurazioni di stalattiti di travertino. Siamo nella valle del Meandro, che corre per 300 chilometri dall'altipiano della Frigia, lungo un suo affluente, il Lycos, nell'entroterra ionico dell'Anatolia. Dal 1988 questo sito è stato dichiarato dall'Unesco uno dei patrimoni dell'umanità. E ciò è avvenuto non solo per quella straordinaria morfologia paesaggistica ma anche perché, a partire dal 1957, una missione archeologica italiana ha messo in luce una delle più suggestive città dell'Asia minore. A cinquant'anni da quell'avvio per opera dell'archeologo Paolo Verzone, possiamo fare il punto dei risultati ottenuti sia attraverso una guida archeologica allestita, a livello testuale e iconografico, da Paul Arthur, sia attraverso una particolare scoperta che è stata illustrata dall'équipe dell'attuale direttore della missione, il prof. Francesco D'Andria dell'università di Lecce. La guida è presto presentata perché corrisponde con rigore e nitore al genere letterario di simili sussidi: una cornice storico-archeologica iniziale fa da sfondo a un itinerario nella mappa della Hierapolis classica bizantina e turca, seguendo soprattutto quella "via di Frontino" che era l'arteria stradale capitale della città. Oltre alle ovvie e grandiose terme, al sontuoso teatro, al devastato santuario di Apollo, fondamentali rimangono le attestazioni archeologiche cristiane a partire dal Martyrion ottagonale di san Filippo collocato su una collina ed eretto sul finire del IV e l'inizio del V secolo. Mirabile nella sua complessa architettura, questo edificio evocava la memoria tradizionale del passaggio missionario dell'apostolo Filippo in questa città e ne custodiva le reliquie, anche se avvennero slittamenti di identità che fecero condurre idealmente a Hierapolis anche un altro Filippo neotestamentario, il diacono dalle quattro figlie profetesse menzionato negli Atti degli apostoli, la seconda opera dell'evangelista Luca (21, 8-9). La presenza, poi, in città di una monumentale cattedrale, accuratamente descritta dal volume di Arthur, attesta la particolare fecondità della comunità cristiana ierapolitana che tra i suoi vescovi iniziali registrò anche la figura di Papia, un personaggio di altissimo rilievo per i suoi scritti frammentari a noi giunti: essi offrivano dati di prima mano (siamo attorno al 115) sulla nascita dei Vangeli di Marco e di Matteo (suggeriamo l'ottima edizione curata da Enrico Norelli, sotto il titolo Esposizione degli oracoli del Signore, per le Paoline nel 2005). Parlavamo, però, di una recentissima scoperta: essa è descritta accuratamente nei «Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia». Oltre a un importante sigillo in piombo con l'immagine di san Filippo e, sul retro, col nome del metropolita Gregorio (siamo nel VI-VII sec.), reperto venuto alla luce nel 2005, il prof. D'Andria, coadiuvato da alcuni suoi colleghi e collaboratori, illustra in quelle pagine la mirabile iscrizione dipinta scoperta durante l'ultima missione archeologica all'interno di un'abitazione ierapolitana, in un vano piccolo e oscuro, con una curiosa distribuzione delle tre righe del testo anche sul battente della porta e della finestra. Questa sorta di esoterismo architettonico fa ipotizzare ad Annapaola Zaccaria Reggiu di essere in presenza forse di una residenza o di un luogo di culto non ortodosso, incline a mimetizzare i suoi riti. Il testo stesso, accuratamente studiato da Tullia Ritti, disteso appunto su tre righe separate tra loro da bande dipinte in rosso e nero che spiccano sull'intonaco bianco, presenta un apocrifo dell'Antico Testamento (sulle cui caratteristiche interviene Giovanni Battista Bazzana), la Preghiera di Manasse. Si tratta di una supplica, composta nella Diaspora ebraica durante i primi secoli cristiani, messa in bocca all'empio re di Giuda Manasse che, stando al biblico Secondo Libro delle Cronache (33, 11-13), si sarebbe convertito in occasione di un ipotetico (e improbabile) esilio a Babilonia. In realtà si trattava di un'illazione teologica dell'autore sacro per giustificare il lungo e prospero regno di questo sovrano poco rispettoso della fede ebraica eppur benedetto nella sua longevità. Di questa preghiera noi possediamo due versioni, l'una in siriaco, nell'opera del III sec. intitolata Didascalia apostolica, e l'altra greca nelle Odi che si trovano in alcuni manoscritti, in finale al Salterio biblico. Dotata di una popolarità tale da averla fatta scivolare per qualche tempo persino nel Canone delle S. Scritture, la Preghiera di Manasse di Hierapolis è più vicina alla resa greca, soprattutto così come ci è conservata nel celebre codice Alessandrino biblico del V sec. custodito nella British Library. Un noto studioso di letteratura cristiana antica come Remo Cacitti, dell'Università degli Studi di Milano, sempre in queste pagine, mette in rilievo l'eccezionalità del reperto, simile a un codex in pariete e avanza due ipotesi, da verificare quando sarà completato il referto sull'insieme dello scavo archeologico. L'epigrafe potrebbe essere appunto un testo parietale per l'esercizio del rito della penitenza, considerato il contenuto della supplica: essa sarebbe un po' come l'impegno orante riparatore (la "tariffa" si dirà successivamente) da recitare per ottenere l'assoluzione durante appunto una confessione "privata", forse davanti a un monaco. L'altra ipotesi rimanderebbe, invece, a un rituale esorcistico da espletare in un ambiente segregato e oscuro, una vera e propria "camera per esorcismi". Saremmo, comunque, davanti a una sorprendente testimonianza della vita ecclesiale dell'antichità cristiana, in una particolare area culturale e spirituale, ricca di vitalità e testimonianze. 1Paul Arthur, «Hierapolis (Pamukkale) bizantina e turca», Yayinlari, Istanbul (www.zerobooksonline.com), pagg. 192, s.i.p. 1AA.VV., «L'iscrizione dipinta con la "Preghiera di Manasse" a Hierapolis di Frigia (Turchia)», in «Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia», vol. LXXVIII, pagg. 350-450, s.i.p.
il Sole 24 Ore
21 Ottobre 2007
Frammenti cristiani - A Hierapolis, è riaffiorata l'epigrafe di una supplica della diaspora ebraica: la preghiera di Manasse
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