Dopo le puntute osservazioni di sindacati e associazioni allo schema di riordino del ministero dei Beni culturali ora anche Italia Nostra presenta il conto al gabinetto del ministro Francesco Rutelli. Non limitandosi a ripetere, come hanno fatto fino ad oggi tutti gli altri, che questa è una riforma centralista che mantiene ben nove direzioni generali e che all'ingiustificato sacrificio dell'autonoma direzione per i beni storico artistici ed etnoantropologici corrisponde la scissione in due distinte direzioni di servizi generali e bilancio. L'associazione presieduta da Carlo Ripa di Meana va oltre nella sua critica a via del Collegio romano ed entra nel merito di una questione che Italia Nostra ritiene centrale: quella dell'attribuzione al ministero per i Beni culturali del compito di promozione della qualità nella produzione dell'architettura. Una scelta che se esige da una parte la creazione di un'apposita struttura burocratica dall'altra si espone soprattutto al rischio di un'indebita interferenza nella libera espressione dei modi e delle forme del costruire. «Equivoco», lo chiama Italia Nostra, «che è stato gravido di pesanti ricadute nella prassi degli interventi nei centri storici (e perfino sui singoli monumenti) dove sono stati promossi inserti radicalmente innovativi la cui qualità si vuole garantita dalla mano dell'architetto di indubbio prestigio». È così che nel nostro Paese continuano a susseguirsi sfregi d'autore e di Stato che non smettono d'essere tali malgrado abbiano avuto autorizzazioni e siano compiuti da nomi di fama. «Botta ha potuto duplicare il volume della Scala», denuncia Italia Nostra, «contro lo stesso piano regolatore; Mayer ha soffocato indisturbato le chiese di San Rocco e San Girolamo degli Illirici; Arata Isozaki applicherà nel retro della fabbrica del Vasari, la nuova uscita degli Uffizi, una reinventata Loggia dei Lanzi. Ma in luogo di sopprimere (come Italia Nostra aveva chiesto) la direzione per l'architettura e l'arte contemporanea il nuovo regolamento annette ad essa la promozione della qualità e la tutela del paesaggio». Che tradotto significa definitivo desautoramento delle soprintendenze locali che depotenziate dalla regionalizzazione delle direzioni e da una centralizzazione ministeriale forsennata non hanno più né la forza né la voglia ormai di opporsi alle sempre più frequenti aggressioni al patrimonio. Sempre più spesso mascherati da interventi innovativi in stridente contrasto con una moderna cultura del risanamento conservativo e del restauro urbano.