Albate, la fiera dell'edilizia ha ucciso il quartiere Circa 400 nuovi appartamenti, un aumento esponenziale dei residenti, il paesaggio sconvolto dai nuovi condomini Ecco come è cambiata tutta l'area a ridosso dell'Oasi del Bassone, senza servizi e, per qualcuno, senza neanche futuro Tetti abbaini balconi terrapieni cancelli e box. E finestre, e microgiardini e gru, scavi, colonne e cemento armato. La nuova Albate somiglia a Gotham City, ma di supereroi neanche l'ombra. La partita è chiusa da un pezzo e né Batman né altri potranno nulla per fermare questa immensa catena di montaggio. Polli in batteria, cioé «un disastro», per dirla con Luigino Nessi, già consigliere comunale, albatese doc, storico factotum braccio e cervello di un quartiere che ha completamente cambiato faccia. Oggi, questo immenso villaggio alla periferia est del capoluogo, somiglia allo stand permanente di una fiera dell'edilizia che prima o poi sbaraccherà senz'altro, ma quando ormai sarà tardi. Quattrocento nuovi alloggi in via di completamento, indici di edificabilità triplicati dal nuovo piano regolatore, una popolazione destinata a crescere dagli attuali seimila a circa ottomila residenti, "skyline" sconvolta, paesaggio sfigurato fino ai confini dell'oasi stessa, la torbiera del Wwf giù accanto al carcere, in fondo a via al Piano e vicino a prati sul cui futuro pesa più di un interrogativo. Dai terrazzamenti di fronte ai cascinali di via Tagliamento decollano ancora gli aeromodelli che i ragazzini pilotano la domenica fino al limitare dell'asfalto di via Frisia ma domani, quegli stessi prati potrebbero non servire più a nulla, se non ad accogliere fondamenta di altre case. Del resto, per tornare a Luigino e al suo «disastro», qui non hanno ferito il solo paesaggio, ma l'anima stessa di un quartiere: «Non ci sono le strade - dice Nessi - non ci sono le scuole, non i negozi, non le strutture per accogliere tutta questa gente... Noi la aspettiamo a braccia aperte, perché crediamo nel concetto di comunità, ma siamo preoccupati, preoccupati davvero». Le prime crepe, del resto, si intravedono già, identiche a quelle comparse tra i murales del «Gigi Meroni», il mitico campo a undici di via Acquanera accanto al quale - abbattuta la vecchia tintostamperia Cofitra - due gru dirigono i primi passi del nuovo insediamento della cooperativa «Abitare Albate», quattro condomini a cinque piani l'uno, a occhio e croce cento appartamenti. Silvio Montorfano, presidente del consiglio di quartiere, leghista doc, scherza in dialetto sostenendo che Albate dovrebbe diventare un Comune indipendente. «Del resto le abbiamo provate tutte, e senza risultato:costruiscono a non finire, il piano regolatore glielo consente. Demenziale: ho sessant'anni, vivo qui da sempre e vi garantisco che le strade sono le stesse di quando ero bambino». Il paesaggio?Montorfano sghignazza: «Vada all'inizio di via Acquanera, troverà sulla sinistra un nuovo condominio in via di completamento, uno dei tanti. Lo hanno fatto turchese... E non mi faccia aggiungere altro. Gli oneri di urbanizzazione?Io so soltanto che a noi non arriva un soldo. Per chiudere un buco nell'asfalto spedisco in Comune una media di trenta fax, ricevendone sempre la stessa risposta: g'han minga i danée». L'insoddisfazione è bipartisan: «Hanno rovinato la qualità delle nostre vite - dice Pino Maisto, partito democratico, capogruppo di opposizione in circoscrizione - In cambio cosa ci danno?». Domanda retorica. Titolare di un negozio di prodotti biologici, Maisto lavora in via Longhena, accanto alla materna. Per arrivarci bisogna affrontare il caos di via Canturina. In compenso, però, sia l'asilo accanto al suo negozio sia la scuola media Marconi (in piazza, a poche decine di metri), sono edifici «a energia verde riscaldati con impianti senza emissioni di polveri sottili». Servono? Forse, se non fosse che il risparmio, in termini di smog, è ampiamente vanificato dal numero di macchine che entrano ed escono da garage e cortili, magari proprio da quelli di piazza IVNovembre dove è stato da poco innalzato l'ennesimo condominio (arancione, perché in questa zona vanno di moda le tinte un po' spinte). «Quello che chiediamo da sempre - insiste Maisto - è che il Comune restituisca almeno parte degli oneri di urbanizzazione che ha fin qui incassato sfruttando il nostro quartiere». Dio solo sa quanto quei soldi servirebbero, in attesa che dai tetti sbuchi l'ombra di Batman o di un qualunque superpippo che riporti le lancette indietro al tempo dei prati verdi. Quei soldi servirebbero ad esempio per via Acquanera, sulla quale sfrecciano ogni giorno migliaia di auto ma che è poi priva di marciapiede. Oppure per Trecallo e per i nuovi appartamenti di via Priva, stradina di tre metri sulla quale servirebbe qualche parcheggio. O, infine - se proprio non c'è soluzione - per i bimbi degli asili, che li mettano da parte e che, fra vent'anni, li usino per comperarsi casa, ma in un posto più vivibile di questo.