Opere permanenti e quadri dallestero per la mostra omaggio curata da Nicola Spinosa Accostamento riuscito fra De Chirico e Carrà con fra Pacioli tra 400 e 500 Aperta fino al 20 gennaio si punta sui buoni rapporti con i musei internazionali -------------------------------------------------------------------------------- Nella Sala 10 del primo piano di Capodimonte l"Untitled" del 1982 di Basquiat è diventato improvvisamente il compagno di strada inaspettato del ragazzo ritratto da Rosso Fiorentino nel Cinquecento. Le scatole di "Parsons Live Plants Ammonia" di Robert Rauschenberg che la Fondazione Morra ha lasciato esporre nell88 da Lucio Amelio fanno da object trouvé nella Sala 18, rompendo la sequenza di scene di consumismo seicentesco. In fondo, come scrive nel catalogo Electa Angela Tecce, "si tratta di 'nature morte del nostro tempo". Nella Sala 60 Gilbert George con una composizione fotografica degli anni Settanta del secolo scorso dal titolo "Wanker", fanno a pugni con i marmi e gli arredi di Capodimonte: sfarzo e degrado, dice il cartellino verde che contraddistingue, nella caccia al tesoro tra opere permanenti e quadri venuti per la mostra "Omaggio a Capodimonte", curata da Nicola Spinosa e aperta fino al 20 gennaio. Saliamo al secondo piano, alle collezioni borboniche. Un grande smalto su tela di Mario Schifano, "Fantasia del paziente naturale" ha di fronte opere del cinquecentesco Cristoforo Scacco. La "Rotazione di una ballerina e pappagalli" di Depero, il "Cavallo cavaliere caseggiato" di Boccioni e la "Bambina che corre sul balcone" di Balla sono disseminate accanto all"Onda durto" di Mario Merz e alla installazione di Paladino, una macchia di colore nella riposante uniformità del mezzanino di Capodimonte dedicato allarte contemporanea. Dove peraltro al Cretto nero di Burri è stato affiancato il "Senza titolo (Cavalletto)" di Pino Pascali: il Cretto è più giovane di dieci anni, la vicinanza sembra voler sottolineare le diversità tra larte anche a breve termine. Potremmo elencare ancora. Preferiamo invitare il visitatore di "Omaggio a Capodimonte", più festa che mostra per i 50 anni dellapertura del museo al pubblico, a cercare meno l"epifania" dellarte, la trovata, laccostamento per libera associazione o per ragioni forti o deboli che siano. Forse riuscirà anche difficile, come invece avrebbero fortemente voluto gli organizzatori, far cadere locchio più a lungo sulle tante opere in collezione permanente. Quando cè una festa - e di festa parla il soprintendente Spinosa nella sua introduzione al catalogo - lattenzione si posa più sugli ospiti che sui padroni di casa. Cè qualche accostamento riuscito: la geometria novecentesca di De Chirico e Carrà e quella dellinventore della "partita doppia" dei ragionieri, fra Pacioli, tra Quattro e Cinquecento. E nella sala di Lorrain (la numero 29 al primo piano) ci starebbe bene in forma permanente un Turner come quello prestato dalla National Gallery di Londra, "La prima stella della sera", con la luce bianca di stella ottenuta "a punta di coltello" che nelle foto dellopera non si coglie mai e che qui fa quanto mai bene vedere da vicino. Non si potrà fare a meno di cogliere presenze di riguardo, come "Betuel accoglie il servo dAbramo" di François Boucher venuto da Strasburgo, il Concerto di giovani di Caravaggio dal Metropolitan di New York, la "Donna con lo specchio" di Casorati, tutta viola, neanche sapesse la moda di questa stagione; il piccolo quadro della "Campagna romana con lacquedotto Claudio" di Corot, e laltro anche piccolo (e di straordinaria luminosità) di Goya con Tobia e langelo, La lavapentole di Watteau, che dallo scintillio delle feste di corte passa a scavare con la stessa straordinaria mano e occhio in un ambiente povero e triste come quello delle opere che le stanno vicine, inquiline fisse della Sala 106 di Capodimonte: la Rissa e le scene di genere di Traversi. E poi le tre donne di Picasso (Donna di Majorca, Ritratto di Olga Khokhlova e Ritratto di Olga con il collo di pelliccia), i due Poussin da Vienna e da Berlino, la Betsabea di Rembrandt dal Louvre, i tre Rubens, specialmente il "Gio. Carlo Doria a cavallo" scoperto da Roberto Longhi negli anni Trenta, che torna dopo un giro strabiliante con una tappa persino in casa Hitler e poi a Napoli, che deve restituirlo a Genova definitivamente nel 1988. Qui si punta sui buoni rapporti con i musei: Spinosa ne vanta parecchi, anche con istituzioni non disponibili ai prestiti. Ci sono altri quadri con nessi napoletani, e quelli ci stanno benissimo, come i Degas dipinti qui. Dimenticare scuole, generi, tecniche. Esprimere preferenze. In piena libertà. Abituarsi a vedere Rauschenberg e farci locchio come per Caravaggio, questo sembra suggerire Spinosa. Anche questo fa tanto bene allarte.