L'acquaforte non è acqua passata. Nemmeno qui, in riva ai Navigli in secca sotto l'onda dell'immondizia. Dal '75, da quando nel quartiere «c'erano tre osterie con tre piatti fissi: trippa, minestrone, bollito», dal '75 Gigi Pedroli sta al civico 66 di Alzaia Navìglio Grande, in un palazzo dell'Ottocento, Palazzo Galloni, perso tra il glicine e l'uva e le piante rampicanti. Così bello, il palazzo, che i turisti entrano e non parlano, fanno solo «Ohhh». Così unico che, da vent'anni, Pedroli vive sotto sfratto. Ogni volta annunciato, ogni volta rimandato. Eppure ogni volta li, in agguato. Il prossimo conto alla rovescia scade tra poche settimane: lo stabile di proprietà di una cooperativa edilizia, «il Comune ha promesso il proprio interessamento- , ma come finirà? Vincerà la speculazione immobiliare o resisterà la vecchia Milano? Vecchia, sì. Senza nostalgia. Al piano terra, Palazzo Galloni è un corridoio di stanzette dove Pedroli, 75 anni, milanese della Ghisolfa, ex cabarettista specializzato in canzoni dialettali meneghine, lavora con l'acquaforte (un tipo di stampa), espone opere di incisori, le vende, insegna l'arte alle scolaresche, soprattutto tiene duro. Convinto com'è che il suo essere sui Navigli non sia anacronismo, deciso com'è che i Navigli, pur orfani della nebbia, delle balere e pure della mala possano ancora sopravvivere a se stessi. Contro, certo, ci sono i bar, i locali, la movida, l'immigrazione massiccia e sboccata il fine settimana dei ragazzini della Brianza e dell'hinterland. E però, ecco però Palazzo Galloni resiste al tempo e ai tempi che cambiano. Racconta Pedroli: «Eravamo un gruppo di pittori, scultori, incisori. Era l'inizio degli anni Settanta. Lavoravamo sui Navigli, facevamo serate, organizzavamo mostre, c'era una bella vita culturale. Ci serviva un punto di ritrovo, stabile. Trovammo Palazzo Galloni. All'epoca, in questo punto, dove ora siamo noi, c'era la terra battuta e sopra una distesa di letti alla meno peggio: i giacigli degli immigrati meridionali, saliti per lavorare, che dormivano dove trovavano». Andatosene l'ultimo manovale del Sud, Pedroli e i suoi entrarono nello stabile. Lo pulirono, sistemarono, misero a norma con luce, acqua e gas, d'intesa con la proprietà, convinta dal progetto. Vennero anni di produzioni artistiche e musicali, vennero artigiani e falegnami e cromatori, vennero le rassegne espositive che finivano a pane, salame e Bonarda. Un giorno, la cooperativa che edificò un palazzone dietro l'angolo acquistò pure Palazzo Galloni. Sloggiò la trentina di famiglie residenti trasferendole nel palazzone e non toccò l'oasi di Pedroli. In via temporanea, tanto l'intenzione era di trovare una soluzione. Non è stata ancora trovata. Pedroli pensa sia questione imminente, e sotto sotto più dell'allontanamento teme la mano ruvida di qualche architetto che ristrutturi Palazzo Galloni senza rispettarne la storia, e sotto sotto vorrebbe ulteriori proroghe per trovarsi eredi, che «i bambini che mi vengono a trovare manco sanno cosa sia, l'acquaforte, salvo poi appassionarsene».
Aiutateci a salvare il palazzo dell'800 dalla speculazione
Gigi Pedroli, un cabarettista milanese, vive nel Palazzo Galloni, un edificio dell'Ottocento in via Navìglio Grande, da vent'anni. Il palazzo è stato acquistato dalla cooperativa edilizia che ha anche ristrutturato il palazzone dietro l'angolo. Pedroli lavora con l'acquaforte, espone opere di incisori, vende e insegna l'arte alle scolaresche. Il palazzo è un punto di ritrovo per artisti e culturali, ma la sua esistenza è minacciata dalla speculazione immobiliare. Pedroli teme che il palazzo venga ristrutturato senza rispettare la sua storia e che non vengano trovati eredi.
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