Scava scava, serpeggia un discreto malessere tra gli archeologi e le archeologia d'Italia. E non perché abbiano bisogno di scavare dentro di sé (questo farebbe bene a tutti indistintamente), ma perché non possono frugare come e quanto ritengono necessario in terreni dove, se affondi di qualche metro con vanga e piccone, puoi trovarti tra le mani un reperto etrusco, romano, della Magna Grecia... Non possono frugare sotto zolle o colline quanto vorrebbero perché, storia annosa, scarseggiano i fondi. E se non è possibile garantire che nessuno verrà a depredare un sito scoperto di fresco, a volte è preferibile lasciar tutto sotto terra e aspettare giorni più proficui. Oppure cercare appoggi in associazioni di volontari che per fortuna non mancano. Perché le testimonianze dell'antichità non crescono sotto casa, sono spesso in posti imprevi: il funziona rio deve muoversi, se salta fuori qualcosa tra le campagne maremmane, laziali, campane, lucane, abruzzesi, in mezzo alle sterpaglie, serve l'auto di servizio, ma il carburante non lo regalano... Non è un malessere maturato oggi, beninteso, eppure esiste. Anche perché, rispetto ad architetti e perfino ingegneri, gli archeologi a livello di dirigenza centrale del ministero non si sentono rappresentati a dovere. E molti di loro vorrebbero un albo di categoria, «La situazione è drammatica», afferma Giuliana Tocco, che è stata soprintendente al sud, a Salerno, Avellino e Benevento, ad interim in Basilicata, da giugno in pensione. «Da diversi anni parlare di finanziamenti per gli scavi è diventato un lusso. A stento si ottengono fondi per la mantenzione, per le spese correnti di gestione. Si riescono a fare gli scavi all'interno dei grandi progetti di valorizzazione con fondi straordinari, del Lotto, o europei, oppure gli scavi preliminari dove vengono realizzate grandi opere pubbliche come autostrade o linee telefoniche. Un programma ordinario è impossibile prevederlo». Un pìccolo scavo, stima l'archeologa, costa minimo minimo 20mila euro, più ragionevolmente 30-40mila: «Serve un archeologo sempre presente sul posto, una manovalanza per i lavori più semplici e una più specializzata per altri lavori più delicati, servono fotografi, i lavoratori, il materiale trovato va lavato, siglato, Se siamo su un terreno privato va pagata l'occupazione temporanea dell'area...». Poiché le fonti di finanziamento vengono da più rivoli amministrativi, quantificare la cifra complessiva destinata al cercare brani di arte e vita quotidiana tra le viscere della terra è complicato, fa sapere Giuseppe Proietti, segretario generale dei beni culturali, di formazione archeologo. «Il malessere - ribatte - non è in relazione agli scavi quanto al supporto che permette di far funzionare la 'macchina amministrativa' per in-. tervenire. È vero, l'anno scorso c'è stato un .taglio notevole generale ma se nei precedenti 5-6 anni c'era stata una riduzione progressiva non mi pare che questa abbia riguardato gli scavi e i restauri. E nel 2007 le risorse sono indubbiamente aumentate rispetto al 2006». Bene a sapersi, tuttavia è un fatto che spesso e poco volentieri un archeologo debba rinunciare ad partire in «missione» perché deve risparmiare sull'auto di servizio. «Il ministero ha ridotto le spese per le auto blu del 40, ma da noi non sono "auto blu" di lusso, le si usano per i sopralluoghi di storici dell'arte e archeologi e chiaramente se questa spesa si riduce - ammette Proietti - si riducete tutela». «Per le attività di scavo i finanziamenti scarseggiano, il problema in Italia è finanziare la ricerca e so che investe anche l'università e il Cnr», interviene Rosa Cosentino, archeologa della soprintendenza dell'Etruria meridionale con base a Villa Giulia a Roma, 30 anni di servizio sul campo e uno stipendio di 1.600 euro. «Indaghiamo un'area vastissima - racconta - e al momento non abbiamo preventivato cantieri nuovi, possiamo solo fare restauri. Per uno di estrema urgenza avremmo problemi. Come soprintendenza abbiamo una forte tradizione nel collaborare con associazioni di privati, ma da un po' di anni ricorrervi è una necessità». Anche se, va ricordatoquando ci sono volontari il funzionario del ministero deve controllare sempre come lavora, come estrae un reperto, come lo tratta, servono coperture assicurative... «Inoltre altri colleghi e io andiamo in missione senza l'indennità. Né abbiamo gli straordinari pagati», aggiunge Rita Cosentino. Per fortuna che ci stanno gli appassionati: al sito della Banditaccia, vicino a Tarquinia, fino a 2 anni fa una foresta copriva tutto - segnala l'archeologa. Grazie a una convenzione con il Comune di Cerveteri, con la Regione Lazio, con privati ora un trenino elettrico permette una visita lunga un chilometro, gruppi archeologici con ragazzi del posto danno uria mano, garantiscono un controllo più forte in . una zona ambitissima dai tombaroli, hanno ripulito il bosco della «tomba.'delle cinque sedie» dai rifiuti. Meno male. Ma se si pensa che in circolazione ci sarà almeno un migliaio di giovani laureati in archeologia precari...
Lo scavo impossibile incubo degli archeologi
Gli archeologi italiani affrontano un malessere finanziario, poiché le risorse per gli scavi sono scarse e spesso non sufficienti per garantire la tutela dei siti archeologici. Il ministero non fornisce fondi sufficienti per la ricerca e il supporto alle attività di scavo, e gli archeologi devono spesso rinunciare a partire in missione a causa della mancanza di fondi per l'auto di servizio. Alcuni archeologi devono anche lavorare senza stipendio o con uno stipendio molto basso, come il caso di Rosa Cosentino, che ha 30 anni di servizio sul campo e uno stipendio di 1.600 euro.
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