Ventimila pezzi di proprietà statale sono imballati e di questi alcune migliaia già esposte altrove Il patrimonio del Museo archeologico di Bari rischia di essere disperso per sempre. Infatti, la collezione è già stata consegnata, per un buon terzo, ad altri musei. Perché? Tutto è cominciato quando la Provincia ha chiesto la restituzione dei pezzi di sua proprietà. L'altra metà, di proprietà dello Stato, è stata rimessa nei depositi dello Stato e una parte distribuita ad altri musei pugliesi. Il museo fu istituito nel 1890, ed era di proprietà della Provincia. Tutti i pezzi archeologici raccolti, erano di proprietà dell'ente. Così, i vari direttori, fra i quali Maximilian Mayer, Michele Gervasio arricchirono con molti pezzi di età preistorica e della Magna Grecia le collezioni. Le più grosse furono trovate nel Pulo di Molfetta, nella grotta di S. Croce di Bisceglie (unico ritrovamento dell'uomo di Neanderthal in Italia), il museo era un museo provinciale. Ma nel 1957 una legge stabilì che da quel momento tutte le acquisizioni frutto di scavi e ricerche sarebbero state di proprietà dello Stato. La Provincia e lo Stato siglarono una convenzione con la quale l'ente locale dette in gestione allo Stato il proprio patrimonio, pur conservandone la proprietà. Dagli anni Sessanta in poi, le collezioni Polese, i ritrovamenti ad Egnazia, a Monte Sannace, a Canne hanno arricchito notevolmente il patrimonio. Nel 1999, la Provincia, come detto, ha chiesto la restituzione della propria collezione, composta nella quasi totalità, di pezzi preistorici. Risultato: dei 40mila pezzi originari (sono i numeri delle catalogazioni, ma ad ogni cifra possono anche corrispondere dieci pezzi), ventimila sono stati restituiti alla Provincia, in quanto legittima proprietaria, e altri ventimila circa allo Stato che li ha depositati nella sede del Centro operativo archeologico, in strada Lamberti. Di questi, la metà circa, nel giro di un anno (la collezione della Provincia fu restituita nel giugno dell'anno scorso), è stata distribuita ad altri musei del territorio. La direzione del Contro operativo nicchia, non parla chiaro. La responsabile, Francesca Radina, dice, laconicamente, che «c'è tantissimo materiale, non saprei dire con esattezza quanto, e una parte, sì, è stata dirottata a Gioia del Colle e ad Altamura». La Provincia, in più occasioni, ha fatto sapere che era interessata ad avere anche le collezioni dello Stato in gestione per esporta a Santa Scolastica (che l'Università con un comodato gratuito ha ceduto alla Provincia in cambio del primo piano dell'Ateneo, che sarebbe di proprietà dell'ente locale). A Santa Scolastica dovrebbe essere completato un museo (entro il 2004?). La Soprintendenza archeologica non ha mai dato seguito a questa richiesta, come sottolinea il soprintendente Giuseppe Andreassi: «Noi non potevamo cedere ciò che è di proprietà dello Stato. Anche per Finalità di tutela dei reperti. Dal 1999 al 2001 non avevamo alcuna sicurezza che il museo sarebbe stato restituito a una certa funzionalità. D'altro canto non volevamo che tutto il materiale finisse chiuso in casse nei deposito e decidemmo dì trasferire una parte del patrimonio in via Lamberti dapprima e poi in alcuni musei, perché almeno così potevano essere mostrati al pubblico». I pezzi distribuiti negli altri musei sarebbero circa 10mila. Pezzi finiti in gran parte a Canosa. Quelli originari di Conversano a Conversano, Acquaviva, Gioia del Colle. Il materiale originario di Canne è tornato a Canne. E una parte dei reperti è stato dirottato anche a Manfredonia. Il materiale che proveniva da scavi effettuati a Laterza al museo di Altamura. La legge 112 del 1998 prevede il trasferimento dei beni culturali e dei musei in gestione agli enti locali, o questo dovrebbe favorire un eventuale rientro. Ma per ora la collezione è stata smembrata. Dice Nino Lavermicocca, già dirigente archeologo della Soprintendenza archeologica della Puglia: «Lo smembramento che c'è stato urta contro tre principii: innanzitutto non si scorporano le collezioni d'un museo perché storicamente è definito il quadro complessivo a prescindere dalle proprietà. Tutto il patrimonio della Provincia è essenzialmente preistorico, per cui è difficilissima l'interpretazione di questi pezzi da soli. Sarebbe un museo della preistoria, non archeologico. Che senso avrebbe esporre 8mila punte di freccia o 2mila vasi impressi a unghiate? Tutto insieme invece il museo - dice Lavermicocca - avrebbe dato il quadro complessivo della preistoria, dell'età magnogreca, ellenistica, romana, tardoantica e altomedievale. Inoltre, sottolinea Lavermicocca, i pezzi della collezione dello Stato mi risulta siano in buona parte andati dispersi in tanti musei della provincia. I pezzi pregiati di Rutigliano, Conversano, Ceglie, l'arte vascolare della Peucezìa. È una scissione che non si ricompone Ci vorrebbe una nuova convenzione fra Provincia e Stato e forse i pezzi verrebbero restituiti a Bari».
C'era una volta il museo - Le collezioni dei reperti dell'Archeologico di Bari sono state divise
Il Museo archeologico di Bari, che risulta essere di proprietà della Provincia, ha visto la sua collezione di 40mila pezzi di proprietà statale essere smembrata. La Provincia ha richiesto la restituzione della sua collezione, composta principalmente di pezzi preistorici, e la metà circa è stata distribuita ad altri musei del territorio. La Soprintendenza archeologica ha deciso di trasferire una parte del patrimonio in via Lamberti e poi in alcuni musei, per mostrare al pubblico. I pezzi distribuiti negli altri musei sono circa 10mila, e sono stati spostati in musei come Canosa, Conversano, Gioia del Colle e Manfredonia.
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