L'iniziativa del ministro Urbani di promulgare il nuovo Codice dei beni culturali ha riacceso il conflitto fra lo Stato, le Regioni e gli enti locali. Si tratta di decidere se si ritiene che è giunto il tempo di aprire un confronto vero oppure tirare a campare. La recente iniziativa del ministro Urbani di promulgare il nuovo codice dei beni culturali ha riacceso il conflitto fra lo Stato, le Regioni e gli enti locali. Del nuovo codice sono fino ad ora apparse molte versioni e non si può fare una valutazione precisa. Tuttavia dalla durezza dello scontro si avverte che la partita è ancora aperta. In questo scontro è in discussione non tanto il legittimo ruolo dello Stato nell'esercizio della tutela del patrimonio quanto le modalità ed i campi di azione di tale esercizio. Ed è dayyero singolare il comportamento di chi, anche in questi giorni su autorevoli quotidiani nazionali, tenta di ridurre tutta la questione ad un mero conflitto di potere tra Stato ed enti locali. Certo che c'è anche questo ma non solo questo. Tutto nasce dal nuovo Titolo V della Costituzione che attribuisce poteri allo Stato in materia di tutela e chiama le Regioni a concorrere nella valorizzazione del patrimonio culturale. Secondo alcuni si tratta di un'aberrazione in quanto non si può scindere la tutela dalla valorizzazione. Con questo principio ovviamente si tende anche a ridimensionare il possibile ricorso al contributo dei privati, confinati nel solo ruolo di mecenati ed esclusi dalla valorizzazione e gestione. Al contrario il nuovo Titolo V, pur nella sua farraginosità, prende atto delle profonde modifiche avvenute nei comportamenti sociali e nel mercato culturale. La domanda culturale è cresciuta negli ultimi cinque anni in media del 20 . Secondo il Censis il turismo culturale rappresenta il 26 dell' industria turistica nazionale ed il moltiplicatore del suo valore aggiunto è di 2,1 rispetto all'1,8 del turismo balneare. Ogni 100 posti di lavoro nel turismo se ne creano 60 nell'indotto. L'accresciuta sensibilità dei cittadini verso il patrimonio, testimoniata da molte ricerche, ha spinto le amministrazioni locali ad una maggiore attenzione verso i propri beni culturali, compiendo uno sforzo straordinario sul piano della fruizione e dell'innovazione dell'offerta culturale. I recenti successi di iniziative come il Festival della Letteratura a Mantova o della Filosofia a Modena confermano quanto le città siano più prossime ai bisogni che provengono dalla società civile. Senza dimenticare che molti dei piani strategici promossi dalle amministrazioni locali per programmare il proprio sviluppo fanno perno proprio sul patrimonio culturale come fattore essenziale nella competizione internazionale. A tutto questo si deve aggiungere la competenza esclusiva delle Regioni in materia di turismo, di urbanistica, di ambiente, di trasporti. Settori intimamente connessi con la tutela e la valorizzazione dei beni culturali. Evidenziare questi elementi non vuol dire immaginare un modello dal quale scompare il ruolo dello Stato, quanto piuttosto chiarire perché la questione non può essere ricondotta ad un mero conflitto di potere. Né proporre modelli non applicabili nel nostro Paese come, ad esempio, quello americano. Eppure c'è chi si ostina, per comodità o pigrizia intellettuale, a bocciare tutto questo prefigurando scenari apocalittici se si ridisegna il ruolo dello Stato centrale. Quasi una visione etica dello Stato che mi sembra incompatibile con una moderna democrazia come quella italiana che pure non è immune da qualche distorsione. Ora c'è da domandarsi come può un liberale come Urbani assecondare posizioni di questo tipo. E rispondere che, con molta probabilità, avverte la preoccupazione di uno scontro con poteri forti che purtroppo godono anche del favore di una certa stampa. Poteri che hanno contrastato, in questi anni, qualunque tentativo di innovazione facessero i governi di centro-sinistra o l'attuale governo di centro-destra. E allora si tratta di decidere se si ritiene che è giunto il tempo di aprire un confronto vero con Regioni ed enti locali per impostare una politica istituzionale di concertazione che, subito dopo, apra ad un rapporto non formale con i privati, oppure tirare a campare evitando così qualche altro attacco. Temo che questa seconda strada deluderebbe ancora una volta chi aveva scommesso su una possibile svolta nella tutela e valorizzazione dei beni culturali. Nell'interesse dell'Italia e non di pochi. Ci resta il monito del grande Manuel Vazquez Montalban: «I programmatori del divorzio tra cultura d'elite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura».