Viaggio in uno dei parchi più suggestivi della città, dove la prima emergenza è la costruzione dei box Alcune mamme hanno chiamato i vigili più di una volta, segnalando questa situazione di degrado Entrare nella casetta liberty è facilissimo, anche se molto pericoloso viste le sue condizioni -------------------------------------------------------------------------------- «DIFENDI il tuo parco. Aiuole e prati non devono essere calpestati per evitare che la vegetazione possa soffrire», ammoniscono i cartelli piazzati qua e là, dallentrata di Villa Gruber al grande prato e ancora sopra, funghi irridenti con il marchio di Aster. Giustissimo: e allora perché possono soffrire i bambini che rischiano di inciampare nei tombini scoperchiati, anche con fili elettrici a far capolino? Perché il campetto di gioco, peraltro uno spiazzo asfaltato e basta, deve diventare ostaggio del cantiere di unennesima autorimessa, con le assi del cantiere nuove nuove le catene dei lucchetti ancora luccicanti, montate appena un mese fa? Perché sulla facciata della grande villa cinquecentesca dal portone sbarrato penzolano persiane aperte e dallaria pericolante, una finestra è aperta e sbatte al vento rischiando di fiondare i vetri spezzati giù di sotto sul piazzale? Perché la cancellata che circonda il rudere bruciacchiato del villino liberty è stata così facile da sollevare e rompere, così che ora si entra e si esce quando si vuole, come fanno i disperati che ci trovano riparo, e come possono fare, rischiando di farsi del male o anche peggio, tutti i ragazzini che frequentano il parco? «Lo vede quello? Io e altre mamme abbiamo chiamato i vigili di Castelletto più volte, segnalando i tombini aperti, sollecitando un intervento. Sa cosa ci hanno risposto? Che sono venuti e loro di tombini aperti non ne hanno visti», sospira la giovane nonna mentre cerca di convincere Edo, il nipotino di pochi anni a stare alla larga dal buco intasato di foglie, carte e chissà cosaltro. Distanza dalla caserma dei carabinieri di Castelletto, in unala della villa: dieci metri. Sali su dallentrata sullultima curva di corso Solferino, costeggiando il grande prato su cui si staglia un meraviglioso e imponente cedro del Libano, sali la scalinata dal corrimano sbrecciato, da dove è facile guardare dentro al cantiere nuovo nuovo, che ha mandato i bambini a giocare altrove: chissà se il vigile che non vede i tombini aperti è però solerte a fischiare se qualcuno di loro decide di giocare sul prato, visto che altro posto non è rimasto. O meglio: si può salire ancora sopra, davanti alla villa costruita da Stefano De Mari nella seconda metà del Cinquecento in un vasto terreno tra la salita di SantAnna e quella di San Rocco, trasformata nella forma attuale alla fine del XVIII secolo con la creazione della "Sala delle Colonne" e il rifacimento della facciata in stile neoclassico. Il nome attuale le deriva dallindustriale Adolf Gruber che la acquistò nel 1856, cedendola dopo pochi anni alla famiglia Perrone, protagonista dellindustrializzazione a Genova; negli anni 30 del Novecento, lottizzarono una parte dellimmenso spazio verde per costruire alcune villette; ultime costruzioni, le palazzine bianche degli anni 80, immerse nel verde, alte su circonvallazione a Monte. Poi la cessione al Comune, gli anni ad ospitare il museo Americanistico Federico Lunardi, e poi, dopo il trasferimento dei pezzi precolombiani al Museo delle Culture nel mondo al Castello dAlbertis, la chiusura definitiva. Che farne? Idee tante, soldi zero. Il vincolo della Soprintendenza impedisce lipotetica trasformazione in un hotel di lusso, già ipotizzata; lo scorso anno un grande imprenditore genovese laveva visitata pensando di utilizzarla per farne una prestigiosa sede di rappresentanza. Troppe spese, troppi vincoli, però. E allora tutto resta comè. Sul piazzale che fronteggia il portone sbarrato, le cataste di vecchie assi a malapena separate da una rete, ci sono un paio di transenne, ad evidenziare che vi sono radici che cercano di liberarsi dallasfalto che le imprigiona, facendolo saltare qua e là. Un gruppetto di adolescenti su una panchina; poco più in là, le due auto dei carabinieri appena sotto lentrata della stazione, affacciata su salita S. Maria della Sanità. garantiscono sicurezza; ma la trascuratezza della villa, nonostante lintervento effettuato sul verde, non si riesce a nascondere. Subito sotto, il campetto ora cantiere, con la ruspa che si mangia la vecchia copertura dasfalto; tutto intorno, sulle palizzate, i cartelli che indicano come verrà larea sistemata, una volta completati i lavori. Le auto entreranno ed usciranno da via Cesare Corte, dal parco non si vedrà che una struttura sopraelevata e un nuovo campo giochi, oltre a panchine ed area verde. Basta aspettare, insomma. Ma quello che aspetta da troppo tempo è pochi metri più in basso, la casetta liberty bruciata e pericolante. Un cancelletto ha perso da tempo la griglia metallica, anche se ci sono erbacce a coprirne il gradino, entrarci è un attimo: specie per un ragazzino. Vetri rotti, cartelli di divieto abbattuti a terra; girato langolo, il portone sfondato, stracci e scarpe che raccontano di vite disperate nascoste là dentro. Anche sulle impalcature arrugginite cè un maglione abbandonato, nelle stanze a piano terra si vedono scritte sulle pareti, sporco per terra. «Prima che realizzassero larea per i cani, entrarci era ancora più facile: passavano direttamente da qui», indica un ragazzo. Possibile che chi viene a piantare i cartelli che vietano di calpestare lerba, non possa munirsi di un nuovo rotolo di griglia metallica e bloccare gli accessi? Sapete cosa dice della villa il sito del Comune? Eccolo: «Alle spalle del Porto Antico il suo parco di 13.500 mq si affaccia sulla circonvallazione a monte. Originaria la torre cinquecentesca, la villa presenta oggi unarchitettura neoclassica con un grande frontone su lesene ioniche. Spiccano notevoli esemplari di cedro di Libano e una scalinata scenografica. Sui rami delle magnolie una simpatica comunità di pappagalli. Allinterno il Museo Americanistico». Sai che risate, si fanno i pappagalli.