Le opere, tra cui alcuni capolavori, arrivano da Brera, Castello e altre collezioni. Prestati agli enti pubblici 1800 quadri Siamo sempre allanno zero, Pinacoteca e Accademia non possono più convivere Il deposito esterno esiste in tutto il mondo ma è importante la cura da parte degli affidatari Un assessore volle una tela con donne nude, la collega che poi lo sostituì la fece togliere Complessivamente, sono più di 1800 pezzi. Un tesoro nascosto disseminato tra Palazzo Marino, e vari assessorati, la Prefettura, le sedi giudiziarie e quelle dellex Intendenza di finanza, oppure usato per nobilitare ambasciate allestero. Veri e propri prestiti (anche se la definizione ufficiale è quella di «depositi esterni») che, di fatto, con leccezione dei quadri affidati alle chiese, negano al pubblico la possibilità di ammirare pezzi darte che appartengono a tutti. E, in qualche caso, come per le collezioni civiche del Castello, le opere tolte alla loro casa naturale basterebbero da sole a creare un nuovo polo museale grande almeno quanto loriginale. Se al Castello qualcuno potrebbe dunque piangere, neppure a Brera hanno motivo per fare festa. Dice sconsolato, lo storico Carlo Bertelli, ex sovrintendente ed ex direttore della pinacoteca, che nel 1984, insieme a Guido Lopez ha dedicato un volume ormai introvabile, ma ancora attuale, al saccheggio, Brera dispersa: «Cè un gran malvezzo, un gran malcostume». Maria Teresa Fiorio ha lavorato per una vita al Castello e a Brera. Ora racconta: «i musei civici sono tenuti ad occuparsi degli uffici pubblici. In passato, è stato fatto molto per Palazzo Marino, per riqualificarne le sale, restituirgli il giusto prestigio. Ma il guaio arriva ad ogni cambio di giunta, quando tutti chiedono quadri e stranamente nascono sempre nuove stanze da abbellire». Qualche esempio, qualche aneddoto? La Florio ha buona memoria: «una volta chiamò un assessore che voleva un quadro di donne nude. Era un assessore maschio. Poi al suo posto arrivò una donna e fece togliere quelle donne nude dalla sua stanza». Cambiano le maggioranze, cambiano i gusti. Non la voglia di avere. «Chiedono tutti, anche le segretarie. La parte esposta del patrimonio si aggira attorno al 30-40 per cento. Il resto si trova nei magazzini o è fuori. E i depositi esterni comportano anche problemi di conservazione. In più, quando chiediamo di restituire un quadro, magari per prestarlo ad una mostra, ne pretendono subito uno di ricambio. In giro vi sono molte opere dellOtto e Novecento, come certi Tranquillo Cremona. O come un bellissimo Girolamo Induno, una «Partita a scacchi» proveniente dal Castello, che si trova in Prefettura dal 1981. Certo, non sempre si tratta di quadri di serie A, ma spesso si tratta di pezzi comunque molto pregevoli». Alla serie A appartiene sicuramente un bel Francesco Hayez di Brera dato in prestito alla Procura generale, un dipinto che racconta la caduta del doge Francesco Foscari. Chi lo vuol vedere, a volte è molto fortunato. Perché ogni tanto, al sabato, il procuratore generale Mario Blandini apre gentilmente ai visitatori la porta del suo ufficio e si presta a fare da cicerone. Ma la sua non è certo la regola. Milano, che pure ne è ricchissima, continua a non possedere un museo dell8-900. Così, questa raccolta, che potrebbe essere sovrana, resta priva di regno e diventa uninesauribile riserva a disposizione degli uffici pubblici. Lucia Matino, direttrice delle raccolte civiche del Castello, dal quale dipende anche quel patrimonio, tenta di consolarsi: «Anche quella dei depositi esterni può essere una soluzione per conservare le opere, permettendo a noi di effettuare dei check ogni anno». Ma non mancano gli abusi. Ancora Maria Teresa Florio: «spesso i quadri sono spostati da un ufficio allaltro senza comunicarlo. Quella dei depositi esterni è diventata una consuetudine che sembra quasi un privilegio». Con tutte le sorprese che chi si trova a godere di un privilegio può riservare ai propri controllori. Sentiamo Sandrina Bandera, della sovrintendenza di Brera: «ci è capitato di trovare un candeliere antico trasformato in una lampada. E qualche problema può sorgere anche con le chiese: a San Marco, nei secoli, hanno modificato le dimensioni di un Legnanino, per adattarlo ad una cappella, con laggiunta di vecchi ritagli di una tela del Cinquecento al lavoro seicentesco». «Altre volte nelle chiese hanno ridotto le dimensioni dei dipinti. Inconvenienti ne capitano, ma il problema dei depositi esterni è vecchio quanto Brera», dice Luisa Arrigoni, lattuale direttrice della Pinacoteca. E spiega: «Con il fascismo prima e con il secondo dopoguerra poi, molti quadri vennero destinati ad arricchire uffici pubblici. E importante la cura degli affidatari, poi noi, ogni tanto, provvediamo a richiamare i quadri. E non è sempre necessario. La questura, per esempio, già una quindicina di anni ha restituito autonomamente le opere che aveva in deposito. In ogni modo, listituto del deposito esterno esiste in tutto il mondo». Sandrina Bandera tiene ad operare una distinzione netta fra prestiti a uffici e prestiti a chiese: «Le chiese rendono le opere di maggior dimensione, quelle che nei musei sarebbe impossibile esporre, accessibili al pubblico». Già, perché i musei milanesi, da sempre, devono combattere con gli spazi angusti che li affliggono e questo, oltre a far colmare le cantine, in qualche misura offre giustificazione ai prestiti. Storia vecchia, quella delle carenze endemiche, impastata di muffa e progetti lasciati marcire, come appunto quello del museo dell8-900 o della Grande Brera. Bertelli sembra sconsolato. Sospira: «Siamo sempre allanno zero, gli spazi scoppiano, pinacoteca e accademia, da troppi anni non possono più convivere». Ma questa, in fondo, è unaltra storia. Che tuttavia, fino a quando non troverà il suo lieto fine, renderà ancora più difficile, e forse impossibile, restiture ai musei cittadini il loro tesoro nascosto.