MILANO Non è la prima volta che davanti alle provocazioni d'artista si cita, spesso a sproposito, il Futurismo di Marinetti: solo questa estate, ad esempio, si era parlato di «azione futurista» in occasione dell'apertura della 52esima Biennale di Venezia, quando il Coniglio Viola, coppia di giovani artisti da sempre votata alle «azioni forti», aveva sistemato un grande coniglio viola con tanto di ali su una chiatta pirata, aveva attraversato la Giudecca fino ai Giardini per poi tentare l'arrembaggio alla Biennale (con tanto di salve di cannone). Nel caso della Fontana di Trevi che diventa rossa, il paragone è invece assolutamente improponibile. Almeno per Maria Grazia Messina, docente di arte contemporanea all'Università di Firenze e curatrice di una mostra sui collage dal Cubismo al New Dada in corso alla Galleria Civica di Torino, che spiega: «Questo è soltanto un atto vandalico, non ha assolutamente niente a che fare con il futurismo. Certo nel manifesto del Futurismo si parlava della distruzione del museo, ma non era una distruzione fisica, piuttosto della demolizione dell'idea stessa di museo». L'artista futurista, dunque, non provocava danneggiando, ma lo faceva (come Larionov) magari tingendosi la faccia di rosso e andando poi in giro per Mosca, oppure come Majakovskij che si appuntava un cucchiaio sul colletto. «Quando i Futuristi intervenivano sulla città non lo facevano danneggiandola prosegue Messina . Dopo la rivoluzione del 1917, ad esempio, gli artisti avevano spesso pensato a cambiare San Pietroburgo, ma l'avevano fatto con strutture effimere, con grandi fondali e scenari che rispettavano il contesto urbano». Le vere provocazioni d'artista che in tempi più recenti «hanno rinnovato lo spirito futurista» sono, secondo Messina, le scatole con la merda d'artista di Manzoni o l'intervento di Klein che, negli anni Sessanta, aveva fatto diventare blu Place de la Concorde a Parigi, ma solo grazie a fasci di luci e proiettori. Quale allora la ragione dell'azione di ieri contro Fontana di Trevi? «Ormai viviamo in una società che annulla l'individuo, ma quello stesso individuo sente la città come territorio proprio su cui intervenire, per esempio con i graffiti. L'importante è che se ne parli. In questo senso chi ha tinto di rosso Fontana di Trevi ha ottenuto quello che voleva».