Storie di architettura raccontate dai protagonisti. Speranze, delusioni, segreti e successi di coloro che hanno "costruito" e trasformato limmagine della città. Il libro di Diego Lama, architetto e giornalista, raccoglie le conversazioni con diciotto architetti napoletani, quelli più noti e rappresentativi: Michele Capobianco, Massimo Pica Ciamarra, Filippo Alison, Nicola Pagliara, Uberto Siola, Aldo Loris Rossi, Renato De Fusco, che si è occupato meno di questioni di natura progettuale, ma scelto per limpronta storico-teorica data al dibattito architettonico italiano della seconda metà del Novecento. Vicende umane e professionali legate al "fare" architettura in una realtà difficile come quella napoletana. La realtà di una città che, nei racconti degli architetti, si manifesta in una crisi costante ma inesorabile che ha coinvolto, assieme alla società, al dinamismo culturale e alle cicliche parabole politiche, negli ultimi quarantanni, luniversità e proprio la facoltà di architettura in particolare, vista da molti di essi, quasi tutti rappresentanti anche del mondo accademico, come un "esamificio" senza più brio e dimentico della gloria passata, un guscio vuoto al servizio dei professori e non degli studenti, come sostiene, nel libro, Aldo Loris Rossi. A rileggere queste conversazioni attraverso il setaccio delle recenti inchieste sulla facoltà di Architettura della Federico II che ne restituiscono unimmagine senza apparenti vie duscita, emerge tutta la discrasia tra un passato fatto di idee, cultura, impegno e simbiosi con la città e un futuro di incertezza e declino, che vedrà espulsi dal corpo docente, attraverso logiche e metodologie grame e piccine, quasi tutti i nuovi giovani architetti e urbanisti napoletani, soprattutto quelli che si stanno affermando nei concorsi di architettura nazionali ed internazionali. Un confronto di epoche non favorevole ad una realtà nella quale larchitettura è sostanzialmente esclusa dalla costruzione "ordinaria" della città e viene utilizzata, in logiche di marketing (o, meglio, di advertising), in maniera strumentale alla semplice riqualificazione fisica di alcune quinte urbane o come belletto di opere infrastrutturali pensate da altri e altrove. Napoli nei ricordi degli architetti, scrive Lama «ci appare come doveva essere negli anni '30, negli anni '50, negli anni '80, in un lento declino. Una città trasformata dal cemento non solo nella sua immagine esteriore, ma anche dentro, nel suo popolo e nel modo di ragionare della sua gente».