Nelle scorse settimane il regista tedesco Wim Wenders si aggirava per i saloni del primo piano di Palazzo Cefalà accompagnato dai suoi assistenti, visibilmente irretito dagli ambienti scoperchiati, dalle orbite di balconi e finestre affacciate sul vuoto, dagli intonaci screpolati in iridescenti scaglie di colore slavato dove, per contrappasso, si stagliavano alcune delle visionarie immagini neobarocche - tanto glamour, tanto kitsch - del fotografo americano David LaChapelle. è possibile che quelle sale dirute, trasformate stagionalmente in bar e caffetteria per le notti della Kalsa attualmente in bassa fortuna di pubblico e finanziamenti, possano trasformarsi in set per il film che Wenders sta girando in città, "The Palermo Shooting", né c' è da farsene meraviglia. Non da adesso, il paesaggio di macerie sciorinato a ogni angolo dalla città vecchia attrae lo sguardo di chi giunge da fuori con un mix irresistibile di sospensione temporale (da dove vengono quelle rovine incuneate nel XXI secolo come una profezia d' apocalisse?) e consolatorio senso di colpa di fronte alle altre città, superfici patinate dell' universo del consumo; così che non stupisce che Wenders, nell' intervista a Mario Di Caro pubblicata su questo giornale lo scorso 6 ottobre, definisca le rovine di Palermo come una prova di onestà. Per un tedesco nato nel 1945 che ha visto le macerie delle città bombardate rapidamente convertite in shopping-center, e i monumenti polverizzati ricostruiti con la precisione tipica del falsario, è forse comprensibile che la devastazione e l' oblio della storia che si sono accaniti sul centro antico rechino le stimmate della autenticità, di contro all' effetto-vetrina che amalgama in una sola geografia le città di mezzo pianeta. Ma sono veramente oneste, le rovine di Palermo? (segue dalla prima di cronaca) O non sono, al contrario, la riprova testimoniale e il documento d' accusa di una pluridecennale politica di malaffare, che ha lasciato marcire un intero patrimonio monumentale non soltanto per cementificare le aree verdi e i giardini che ancora circondavano la città del dopoguerra ma anche, restando in posizione di attesa, per trarre profitto dal saccheggio palazzinaro di un' area immensa, che soltanto una catena casuale di concause ha preservato consegnandola comunque al degrado e ai crolli? Da tempo, del resto, quella vicenda è trasmigrata dalle cronache e dai pamphlet alla storia: Le poche ricostruzioni perlopiù limitate ad alcuni edifici monumentali (la Basilica di San Francesco, la Chiesa di Casa Professa, Porta Felice, per fare solo qualche esempio), la tabula rasa delle larghe demolizioni, soprattutto nella zona portuale, l' ipotesi di una terza via che sventrando in diagonale la città murata da via Lincoln a via Papireto fungesse da testa di ponte e acceleratore definitivo della disgregazione e della parcellizzazione speculativa del centro storico. Era la cultura del tempo, si potrebbe dire, e non ha causato disastri soltanto a Palermo; è vero, ma soltanto a Palermo questo è avvenuto attraverso un intreccio inestricabile con interessi criminali, ed è questo ad avere determinato quell' effetto domino a tappeto tra rovine e saccheggio che è diventata la cifra della città nella seconda parte del Novecento, sino a oggi. Non sono forse rovine gli scheletri ventennali che sigillano la città dall' alto di Pizzo Sella? Come viene spesso ripetuto, quelle macerie stanno lì da oltre sessant' anni, al punto che paradossalmente qualcuno potrebbe invocare per esse il vincolo monumentale tanto sono ormai connaturate, da tre generazioni, alla percezione e all' esperienza della città; e disegnano un itinerario labirintico, un groviglio, una malia di squallore e rifiuti tale da fare smarrire qualsiasi Teseo, e di rendere il tempo che altrove scorre più limpido una sostanza vischiosa, una bava, una paralisi. è sbucando dal mercato che traversa via Sant' Agostino sulla spianata di ruderi che si affaccia sul Monte di Pietà, per esempio, che l' occhio coglie uno dei panorami più sorprendenti e lancinanti sulla Palermo antica; ed è seguendo indifferentemente i principali assi monumentali e i vicoli più nascosti (dalla Kalsa all' Albergheria, dalla Meschita al Capo) che, dribblando mura sconnesse, gironzolando per cortili in disarmo o per quartieri di lamiera cresciuti come escrescenze nei vuoti lasciati dalle bombe, il visitatore può slittare da una dimensione di veglia a una città onirica, come avvertiva Angelo Maria Ribellino in una pagina di "Praga magica", unendo in cortocircuito l' amata capitale boema e l' altrettanto amata - e ugualmente dolorosa - città natale. Questo potere di seduzione si è definitivamente trasformato, negli ultimi anni, in un grossolano alibi di comodo. Nessuna città può permettersi il lusso di pensare se stessa come un attrezzo di scena, un malinconico oggetto d' affezione, un colossale teschio di Yorik su cui recitare monologhi e improvvisazioni filosofiche, pena la sua disintegrazione. Per sfuggire a questa trappola letale occorre però uno scarto progettuale che il dibattito recente non pare incoraggiare: che fare, ad esempio, di quel che resta di Palazzo Geraci, edificato dal Marvuglia sul Cassaro e ridotto a brandelli? E dell' atrio di Palazzo Bonagia, quasi interamente mutilato se non fosse per i resti dello scenografico scalone monumentale disegnato da Andrea Gigante, che immalinconisce come mero fondale da bar e proiezioni video? O del cortile di palazzo Papè di Valdina, la cui magnificenza residua si può sbirciare, quasi di soppiatto, da via Pronotaro? O ancora della chiesa di Sant' Eligio su via Argenteria, i cui superstiti medaglioni in stucco occhieggiano dimenticati sul cimitero della Vucciria? Il restauro moderno, è noto, esclude l' ipotesi di una ricostruzione in stile che ridurrebbe l' architettura a un simulacro posticcio; e le commistioni tra antico e contemporaneo in Italia, a differenza di altri paesi, hanno suscitato quasi sempre polemiche e ostracismi. Eppure si tratterebbe di una strada che, se affidata a concorsi internazionali e non agli uffici tecnici degli enti locali, potrebbe strappare alcuni cruciali brani del centro storico a quell' estetismo di riporto a cui sembra avvinghiato più per rassegnazione che per convincimento. Facendo perno su quei segni figurativi forti ancora leggibili (il doppio cortile di Palazzo Belmonte Riso, lo scalone di Giganti) e integrando quella sintassi in un contesto di lettura che l' architettura contemporanea è in grado di elaborare. Anche perché, parafrasando quello che Flaiano con deliziosa perfidia diceva di Rossellini («non possiamo permetterci di perdere una guerra ogni dieci anni per far realizzare i film a Rossellini»), neanche noi possiamo permetterci di mandare in rovina il patrimonio di secoli per fa girare un film a Wenders.
la Repubblica
18 Ottobre 2007
SICILIA - La seduzione delle rovine come alibi del malaffare
SE
Sergio Troisi
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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