Rutelli: si cambia rotta. Censiti dopo quattro anni 30 mila beni Visco: un recupero di efficienza del 10 di tutta la amministrazione pubblica vale il 2 del Pil, perché rinunciare? ROMA - Ora si sa quanti sono, dove sono, come sono fatti. Ora lo Stato conosce i suoi «gioielli» e ha un' idea precisa di quello che è il suo patrimonio immobiliare: notizie fondamentali se si ambisce a gestirlo, governarlo e magari valorizzarlo. Ma avere a disposizione tutti questi dati non era affatto scontato: fino a poco tempo fa sui suoi beni al sole - si trattasse di palazzi, caserme, fari o terreni - l' Italia non aveva notizie certe. Per arrivarci ci sono voluti quattro anni di lavoro, 1.600 persone impegnate, e una montagna di planimetrie e rilievi tecnici: un mega-censimento portato a termine dall' Agenzia del demanio che ieri - alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano - ha fornito, per la prima volta, un quadro certo sulle proprietà pubbliche. E così ora si sa che il paese dispone di 30 mila immobili, di cui 20 mila edifici e 10 mila terreni. Un' immensa ricchezza composta da monumenti simbolo come il Colosseo o la Reggia di Caserta, ma anche da una miriade di bellissimi palazzi sconosciuti ai più, casermoni da riconvertire, isolette da rilanciare e fari abbandonati. Del patrimonio fanno parte anche 2500 beni ad «alta potenzialità» distribuiti fra 153 comuni (47 per cento del Nord, 40 al Centro e 13 al Sud): parte di questi potranno essere dati in concessione di valorizzazione, ovvero «affittati» - per un massimo di 50 anni - a soggetti privati che, pagando un canone e rispettando rigorosi limiti, potranno investirci sopra e metterli a frutto. L' idea che sta dietro all' operazione guidata dal presidente dell' Agenzia Elisabetta Spitz, è infatti proprio quella di pensare alla valorizzazione dei beni e a non pensare che la loro gestione in perdita sia un male ineluttabile, una sciagura alla quale non si possa trovare rimedio. Lo Stato, dunque non pensa affatto a dismettere i suoi gioielli: lo ha detto chiaro e tondo il viceministro dell' Economia Vincenzo Visco. «Negli anni passati - ha precisato - è stato venduto un patrimonio fruttifero per gestire spese correnti. Un recupero di efficienza del 10 per cento nella gestione del patrimonio immobiliare vale invece due punti di Pil. Non vedo perché dovremmo rinunciarci». I beni, ha detto, devono restare pubblici: «li valorizzeremo, creeremo ricchezza e valore. Se il patrimonio rende è del tutto stravagante pensare di venderlo». Una linea condivisa anche dal vicepremier Francesco Rutelli che punta «d' intesa con enti locali e regioni su programmi di valorizzazione, di straordinaria potenzialità per cambiare il volto delle città». «Abbiamo messo fine - ha detto - al mito della svendita del patrimonio, quel patrimonio che per molti anni è stato abbandonato o spesso usato abusivamente». Per fare tutto questo «conoscere» è fondamentale. La consultazione dei dati sui 30 mila beni censiti «sarà aperta a tutti i cittadini» ha detto la Spitz . Per ognuno di loro è pronto un fascicolo immobiliare elettronico che sostituirà i muffi faldoni cartacei e che sarà disponibile, via Internet o cellulare, per tutti i cittadini. Sugli immobili di maggior prestigio sarà posta una targa che riporterà i dati principali del bene ma anche un codice web per saperne di più. E la rete di tutte le informazioni s' incrocerà, formando un network, con i dati beni demaniali di 23 paesi Ue.
la Repubblica
19 Ottobre 2007
Immobili, lo Stato non svende più
LU
Luisa Grion
la Repubblica
L'Agenzia del demanio ha pubblicato i dati dei 30.000 beni pubblici censiti in quattro anni di lavoro. Il patrimonio immobiliare italiano comprende 20.000 edifici e 10.000 terreni, tra cui monumenti come il Colosseo e la Reggia di Caserta. L'idea è valorizzare i beni e non venderli, ma affittarli a privati per 50 anni, con un canone e limiti rigorosi. Il governo vuole creare ricchezza e valore, non vendere il patrimonio. Il vicepremier Francesco Rutelli e il viceministro dell'Economia Vincenzo Visco hanno sottolineato l'importanza di conoscere i dati sui beni e di non rinunciare a una gestione efficiente.
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Bene culturale
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