Meno emissioni del debito pubblico e più reddito dal patrimonio immobiliare dello stato. È questo il primo messaggio lanciato con la presentazione a Roma della prima banca dati sul mattone pubblico che l'Agenzia del demanio ha realizzato attraverso un censimento che ha richiesto oltre quattro anni di lavoro e ha impegnato 1.600 operatori sparsi dalla Val di Susa a Pantelleria. Il tesoretto del Demanio conta 30 mila beni dei quali 20 mila edifici e 10 mila terreni, dai più famosi monumenti del Paese, ai palazzi storici, alle ville nobiliari: tutti concentrati per l'80 in 8 regioni, Toscana, Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Campania e Sicilia. Il patrimonio disponibile ammonta a circa 15 mila beni, per i quali sono possibili operazioni di valorizzazione e vendita. Sono poi 13 mila i beni immobili a uso governativo, e 2 mila quelli appartenenti al demanio storico artistico. Il quale in nessun caso può passare di mano, ma ha ampio spazio di valorizzazione. Grazie alla due diligence dettagliatissima, con 400 informazioni per ogni cespite censito imposta ai rilevatori da Elisabetta Spitz, direttore generale dell'Agenzia, si è identificata un'ulteriore selezione ristretta di 2.500 edifici a più alto potenziale di valorizzazione, sparsi tra 153 comuni, dei quali 71 nel Nord (il 47), 66 nel Centro (il 40) e 16 nel Mezzogiorno (il 13). Le città che sono maggiormente interessate sono Roma, Venezia e Genova, seguite da Firenze, Milano e Napoli. Gli edifici più importanti saranno segnalati da targhe con i dati identificativi del bene, i suoi elementi principali e informazioni storiche e un codice identificativo per trovare in internet la scheda dettagliata del bene. Che fare di questo tesoro immobiliare? Vincenzo Visco, viceministro delle finanze dopo la stoccata a un generico passato «in cui si è venduto un patrimonio fruttifero per gestire spese correnti», ha sostenuto che dai beni, come le caserme, «si può trarre reddito, creare ricchezza e valore». «E stravagante pensare di risanare vendendo il patrimonio. I beni devono restare pubblici in gestione ai privati che pagano un canone al mercato. C'è una convenienza per tutti», ha aggiunto, «il recupero di efficienza pari al 10 nella gestione del patrimonio immobiliare pubblico vale due punti di pil in più, non vedo perché rinunciare». Francesco Rutelli, nella veste di ministro dei beni culturali, non ha nemmeno lui perso l'occasione per sottolineare la volontà di «voltare pagina» rispetto alle dismissioni e si è poi soffermato sul risanamento dei 19 mila beni culturali censiti, il 40 dei quali tutelati. Il vicepremier si è mostrato sulla stessa linea d'onda di Visco anche sul da farsi e si è soffermato sugli oltre 5 mila impianti militari. «Dei quali una parte va dimessa e un'altra va trasformata in ricchezza da valorizzare, anche con l'affido a privati, purché tale processo dia reddito». In questo programma di valorizzazione, c'è largo spazio per interventi culturali, proattivi riguardo al turismo. Sabino Cassese, padre storico della contabilizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, ha precisato che le prime dismissioni non hanno riguardato beni demaniali, ma beni di enti previdenziali. Per il futuro ha invocato «politiche ad hoc». Su cosa fare domani si è espresso Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis, che ha invitato a distinguere tra i beni del patrimonio pubblico, pensando che non tutto vada conservato ma che gli edifici brutti possano essere demoliti e ricostruiti.