Uno dei monumenti più famosi del mondo, la Città proibita, cuore di Pechino, icona di bellezza, gusto, sfarzo e anche di diversità orientali, ha urgente bisogno di rifarsi il maquillage. A occhio nudo, forse, non si vede, ma crepe e sbiaditure, sgocciolamenti di colore e microrganismi ne minano lo splendore delle lacche rosse e degli ori, che richiamano i turisti più di ogni altro museo al mondo. Nel 2008 a Pechino si svolgerà la ventinovesima edizione dei Giochi olimpici e il paese intende mostrare, grazie a un avanguardistico restauro, un volto artisticamente esemplare, che venga a coronare, compensandola, l'immagine aggressiva del suo tumultuoso sviluppo economico. E chi meglio degli italiani, che almeno per quel che riguarda la consuetudine col bello e la sua conservazione non sono secondi a nessuno, poteva candidarsi a farlo? «Veramente sono stati i cinesi a pensare a noi, non noi a proporci» precisa Caterina Bon Valsassina, direttore generale dell'Icr (Istituto centrale del restauro). C'era stato un precedente, perché furono alcuni tecnici dell'Icr a collaborare alla fine degli anni Settanta con la Cina per gli scavi di Xian e il recupero dei guerrieri di terracotta, e l'esperienza italiana suscitò grande apprezzamento. Va detto che l'attuale politica dei Beni culturali, nella persona di Giuliano Urbani, ha potenziato ulteriormente i rapporti Italia-Cina. «Le nostre iniziative» sostiene il ministro «sono finalizzate a promuovere il nostro paese nella Repubblica popolare cinese, dove negli ultimi anni sono cresciuti l'interesse e la simpatia nei nostri confronti. Lo dimostra l'affluenza di studenti ai corsi di italiano del nostro Istituto di cultura a Pechino», Nella Città proibita, che tanti hanno potuto ammirare nelle splendide immagini del film di Bernardo Bertolucci L'ultimo imperatore, i tecnici italiani hanno già svolto due missioni, portando a casa rilievi fotografici e planimetrici e analisi di materiali lignei e lapidei. Fra qualche giorno un'altra équipe guidata dal direttore generale dei Beni architettonici Roberto Cecchi partirà verso Pechino per una documentazione più approfondita, con laser-scanner, una tecnica sofisticata «capace di rilievi ineccepibili all'altezza del monumento» spiega Giuseppe Proietti, che dirige la sezione archeologica ai Beni culturali. «Abbiamo cominciato dalla zona più famosa della Città proibita, il Padiglione della Suprema armonia» spiega Proietti «destinato alle grandi cerimonie pubbliche. È la zona che, più di ogni altra, doveva rappresentare nelle strutture e nelle tinte quella dimensione ultraterrena che lo stesso imperatore incarnava, un luogo fra il celeste e il terreno, un trait-d'union capace di mettere in comunicazione l'uomo con la divinità». È per queste caratteristiche semidivine che la città era proibita alla gente comune. Nei suoi 72 ettari che disegnano un rettangolo molto vicino al quadrato viveva la famiglia imperiale con la corte. Fondata nel 1405, quando la capitale fu spostata da Nanchino a Pechino, conta 9 mila stanze ed è uno dei complessi architettonici più grandi del mondo. La cerchia delle mura dalla possente struttura, perfettamente conservata, conta quattro porte (di cui una sulla piazza Tienamnen). Fu abitata fino al 1911, quindi ha subito molti rifacimenti e sostituzioni dovuti proprio alla quotidianità del vivere. «La cosa più interessante» sottolinea Caterina Bori Valsassina «è che nella Città proibita si lavora su materie diverse e anche tipiche di un'altra civiltà, come le terrecotte invetriate o quelle dei pavimenti che hanno particolari riflessi d'oro, oppure i magnifici rotoli di carta dipinta. Così, se da loro ci vengono questi materiali artistici così rari e preziosi, noi esportiamo una metodologia appresa da Cesare Brandi, che non rifà e non imbelletta come usano in Oriente, ma conserva e ripristina. È uno scambio che rende utile per entrambi il lavoro a fianco a fianco».