Tornate tutti ad essere committenti convinti e troverete artisti eccellenti». L'invito è di Philippe Daverio, noto critico d'arte. Viene accolto con l'applauso dai convegnisti all'assise internazionale, la quinta nell'ambito della Mostra internazionale di architettura, su «Chiese a regola d'arte. L'adeguamento dei luoghi di culto secondo la liturgia del Vaticano II». Tutti d'accordo, a cominciare dai rappresentanti degli Uffici della Conferenza episcopale italiana per la liturgia e i beni culturali, e del Patriarcato di Venezia, che hanno organizzato l'appuntamento di studio. «La convinzione non manca, le norme neppure, certo è - sottolinea don Stefano Russo, direttore dell'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici - che non possiamo prescindere dalla comunione, quindi dalla condivisione del progetto. Non esistono soluzioni preconfezionate. E la chiesa è un luogo di culto vivo, non è un museo». E monsignor Domenico Falco, direttore dell'Ufficio liturgico nazionale, raccomanda di tener in debito conto che «la vera committenza è il popolo di Dio» e che «la chiesa non va progettata o ristrutturata o adeguata come monumento a Dio ma come luogo dell'incontro, luogo in particolare della vita liturgica, in tutte le sue dimensioni». Improvvisazioni, disinvoltura, scarse conoscenze teologiche e liturgiche sono state, invece, la causa, negli ultimi decenni di interventi assai poco consoni. «L'architettura da allo spazio un orientamento oggettivo - spiega il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia-e così offre orientamento all'uomo e alla comunità perché favorisce la relazione. Il tempio è il luogo della relazione con Dio e con gli altri. Più che mai qui conta l'inevitabilità della forma. Ebbene, il rito liturgico detta il ritmo necessario perché la forma architettonica risplenda in tutta la sua pienezza e si dia così l'esperienza del bello». Il patriarca richiama, in questo senso, la responsabilità di tutti gli attori. Ecco, infatti, che alla Scuola Grande di San Giovanni ci sono vescovi, parroci, architetti, teologi, artisti, liturgisti, uomini e donne della Soprintendenza. Ricorda a tutti il cardinale: «l'opera d'arte, quando è tale, è sempre origine di un processo di liberazione di chi la gode e la contempla ed è sempre un occasione di crescita e di relazione sociale, mette in campo la dimensione sociale della libertà e quindi chiama in causa tutti gli organismi che sono preposti a organizzare il fenomeno artistico e chiede a loro la responsabilità di prendere decisioni adeguate perché nel pieno rispetto per l'attività artistica, questa raggiunga adeguatamente il suo ruolo sociale: quello di contribuire all'edificazione della vita buona». Anche l'arte e specificatamente l'architettura, dunque, hanno bisogno di «buon governo». D'accordissimo Philippe Daverio, che "traduce": «II committente deve ritrovare il coraggio di riprendere le redini» di questi cantieri. «Sarebbe necessario -aggiunge il critico - che la Chiesa recuperasse il suo ruolo di committenza con la stessa energia con la quale lo svolgeva Giulio II nei confronti di Bramante e Michelangelo» e che si impegnasse, insieme al mondo dell'arte e dell'università, «nella formazione di giovani architetti che sappiano rispondere alle esigenze di rapportarci con equilibrio all'eredità di un patrimonio architettonico-artistico imponente». Per la teologa Cettina Militello bisogna «oltrepassare l'ecclesiocentrismo e riconoscere la natura funzionale, sacramentale della Chiesa». In altri termini: «Non edifici ecclesiali ridondanti, magniloquenti, ma case, case abitabili, fruendo in bellezza delle quali, tutta lasciando intatta la suggestione della mensa della Parola e del Pane, ci si sappia diretti "oltre", all'esterno, impegnati in quella testimonianza resa anche dalle belle forme, non fini a se stesse, ma espressive del mistero che ci oltrepassa e che è nostro dovere significare». Si sintonizzano su lunghezze d'onda analoghe il liturgista monsignor Vincenzo Gatti - che ha insistito molto sulla centralità dell'altare: «il riferimento dev'essere il comando di Dio: fate questo in memoria di me» -, l'artista Enzo Cucchi, l'architetto Glauco Gresleri, la soprintendente Renata Codello e il parroco don Stefano Costantini.