L'archeologo, poggiato sul proprio bastone, contempla, pensoso, il torrente Empiglione scorrere tra i rovi sotto Castel Madama. Dietro la sua minuscola figura si ergono le rovine dell' Anio Novus. I ruderi, assediati dalla vegetazione, sembrano indicare come l'architettura sia uno stato di passaggio nel grande ciclo delle trasformazioni del territorio e della natura. Secoli di storia che ridivengono terra, foglie, rovi. La foto appartiene alla serie, bellissima, eseguita da Thomas Ashby sugli acquedotti della Roma antica, riordinata con amorevole cura dall'archivista Valerie Scott ed esposta nella mostra in corso alla British School at Rome. La sequenza delle immagini provoca due opposte impressioni: il fascino romantico della rovina in disfacimento, ma anche il disagio per la progressiva dissoluzione di un patrimonio d'inestimabile valore. Soprattutto perché il processo è ancora in corso e sembra inarrestabile. Certo, la commozione suscitata dai resti antichi, comunicata dagli scritti di De Brosses, Goethe, Ruskin, insieme alla suggestione trasmessa dai tanti pittori che li hanno dipinti, sono ancora il sostrato emotivo con cui oggi guardiamo le foto di Ashby. Tuttavia, nel passaggio dalle acqueforti di Piranesi, ai disegni di Krause, agli acquerelli di Roesler Franz, siamo anche costretti a constatare come, una dopo l'altra, le strutture degli acquedotti vadano perdendo progressivamente le loro parti fino, a volte, a scomparire. Una distruzione cominciata almeno nel '500 con il reimpiego dei resti dell'Aqua Claudia per costruire l'acquedotto Felice e che le immagini di Ashby documentano nella loro fase moderna, con i ruderi inglobati nei casali della campagna romana o assorbiti, come nell'ospedale del Celio, nella costruzione della nuova città. La mostra della British School è l'occasione per prendere atto di quanto la situazione sia drammatica: come ancora oggi molte delle rovine documentate da Ashby siano sparite o vadano scomparendo, consumate dall'espansione delle periferie, mentre altre giacciono abbandonate. Col risultato che le forme degli acquedotti, prive del paesaggio che le spiegava, sono divenute ormai mute. Occorre, è evidente, un progetto generale di recupero che dia senso unitario alle tracce sopravvissute. Un progetto non solo di difesa, ma propositivo, architettonico, urbanistico, che superi l'idea di tutela del frammento antico per restituire alle rovine il loro significato di veri monumenti civili.
Uno sguardo sulle rovine
Un'archeologo, invecchiato, osserva il torrente Empiglione tra i rovi sotto Castel Madama. Dietro di lui si ergono le rovine dell' Anio Novus. I ruderi, assediati dalla vegetazione, sembrano indicare come l'architettura sia uno stato di passaggio nel grande ciclo delle trasformazioni del territorio e della natura. La foto appartiene a una serie di immagini sugli acquedotti della Roma antica, eseguite da Thomas Ashby. La sequenza delle immagini provoca due impressioni: il fascino romantico della rovina in disfacimento, ma anche il disagio per la progressiva dissoluzione di un patrimonio d'inestimabile valore. Le strutture degli acquedotti vanno perdendo le loro parti fino a scomparire.
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