Presentato un pacchetto in favore delle produzioni italiane. Con lo scopo dì incentivare l'apporto di nuovi capitali (ma non suscita gli entusiasmi dei cineasti) Anticipa il tanto atteso disegno di legge presentato dalla coppia Franco-Colasio Dopo mesi di incontri e trattative, Francesco Rutelli l'aveva promesso: più incentivi al cinema italiano. Ora quella promessa si è trasformata in un sostegno concreto alla produzione che nel mondo della cinematografia è passato sotto silenzio, quando non contestato. Il "pacchetto Rutelli" presentato nella Finanziaria 2008 introduce un meccanismo di agevolazione fiscale, sorta di tax shelter, che allinea l'Italia ad altri paesi europei - il meccanismo basato sui crediti di imposta è già utilizzato (con successo) da Spagna, Francia e Olanda - con lo scopo, tra l'altro, di incentivare l'apporto di nuovi capitali. Ma il provvedimento è stato accolto con una certa freddezza: «una cosa buona che contribuisce a erodere vecchie logiche. Intendiamoci il provvedimento non aggiunge un vantaggio, semplicemente toglie uno svantaggio» ha commentato Riccardo Tozzi, presidente dell'Unione produttori su Il Giornale. A convincere le associazioni del settore non sono bastati gli sgravi fiscali del 15 sul costo complessivo di opere cinematografiche di nazionalità italiana, per cui se il budget è di 4 milioni di euro l'anno successivo è possibile detrarre 600 mila euro. Né le grosse agevolazioni introdotte per i soggetti esterni, ovvero coloro che pur occupandosi d'altro decidono di investire in film, cui è riconosciuto per i prossimi tre anni un credito di imposta del 40, creando notevoli incentivi per gli investimenti. A beneficiare degli sgravi anche le imprese che si occupano di distribuire opere italiane "di interesse nazionale" con un limite annuo di 1,5 milioni per ciascun periodo di imposta, oltre alle imprese di produzione esecutiva e di post produzione (25 per ogni singola opera). Strettamente legato a queste modifiche anche il "pacchetto Gentiloni" che interviene direttamente sul testo Unico del 2005. Per contrastare lo strapotere delle produzioni americane, le «emittenti televisive, fornitori di contenuti televisivi e di programmi in pay-per-view, indipendentemente dalla codifica delle trasmissioni», e quindi in particolare Sky Italia, devono riservare almeno il 10 del tempo di diffusione alle opere europee di produttori indipendenti e investire il 10 dei propri introiti nella produzione e nell'acquisto di opere europee, di cui il 30 nelle produzioni italiane. Per un investimento complessivo che si aggirerebbe intorno ai 50 milioni di euro. Una risposta, dunque, a quei cineasti scesi in campo nei giorni scorsi a difendere la tanto bistrattata italianità cinematografica. Fra questi, il regista Carlo Lizzani che -sulle pagine de La stampa -aveva affermato la necessità dei finanziamenti statali per la sopravvivenza del settore e aveva ricordato che «le misure di protezione, per risultare davvero utili, dovrebbero essere estese anche all'esercizio». Il provvedimento - il cui contenuto era stato in parte anticipato il 2 luglio scorso durante l'incontro "La Finanza del cinema tra pubblico e privato" organizzato da Abi e Cinecittà Holding - nasce anche grazie a una serie di sollecitazioni esercitate dall'associazione Centoautori. Un'iniziativa - voluta da alcuni dei più influenti cineasti italiani - che ha promosso, a maggio dell'anno scorso, un incontro al Teatro Ambra Jovinelli con il ministro dei Beni culturali in cui si denunciava il disinteresse da parte dello Stato sul ruolo della cultura nel paese. Seguito da un secondo incontro, a settembre, al cinema Nuovo Olimpia durante il quale si è imposta la voce del regista Valerio Jalongo che nel suo intervento ha parlato della necessità di «un mercato libero, equo e regolato (...) dove lo stato giochi il suo ruolo di garante e incentivi la qualità, la diversità e il pluralismo delle opere cinematografiche e televisive. In attesa della legge di sistema che chiediamo con forza e che ha iniziato il suo percorso in parlamento, con un tax shelter in favore dei film italiani». Singolare dunque il disinteresse per il pacchetto varato in Finanziaria, sia da parte della stampa (ad eccezion fatta di pochi quotidiani tra cui Italia Oggi) sia delle associazioni di settore. Tra l'altro il 1 ottobre scorso l'Anac (associazione degli autori di cinema) aveva preso le difese del cinema di casa nostra presentando il Libro Bianco Lo stato delle cose. La verità sul cinema italiano in cui vengono riportati i dati relativi ai film sovvenzionati tra il 1985 e il 2004, periodo in cui lo Stato avrebbe erogato 553 milioni di euro di finanziamenti dei quali, a oggi, ne sarebbero già rientrati 130. Un dato questo che, a detta dei nostri cineasti, proverebbe in maniera incontrovertibile che con il cinema italiano lo stato non ci perde. Tanto per affrancarsi dalle accuse di assistenzialismo. Al centro dell'incontro il disegno di legge sul cinema che dovrebbe essere votato all'inizio del 2008, e che di fatto il pacchetto anticipa, presentato dalla coppia Andrea Colasio (responsabile cultura della Margherita) e Vittoria Franco (presidente della commissione Cultura del Senato) e sottoscritto dai capigruppo dell'Ulivo a Senato e Camera Anna Finocchiaro e Dario Franceschini. La riforma comporterebbe una serie di agevolazioni fiscali e una tassa "di scopo" sui fatturati degli operatori di telecomunicazioni che ricavano utili grazie alla commercializzazione di audiovisivi prodotti da altri. Si tratterebbe di un autofinanziamento che, a detta di Colasio, creerebbe un "circolo vizioso" che tocca tutta la filiera dalla produzione alla distribuzione. Un provvedimento bocciato dal direttore delle comunicazioni di Sky Italia Tullio Camiglieri, che in occasione dell'audizione in Commissione Cultura al Senato, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul cinema e lo spettacolo dal vivo, ha giudicato la nuova tassa "un danno" che avrebbe come unico effetto quello «di finanziare film fino ad oggi sonoramente bocciati dal mercato, costringendo gli operatori a riacquistare un prodotto che il pubblico ha già ritenuto non all'altezza». Così tra toto nomine veneziane e feste romane, sulle riforme del cinema continua a incombere lo stesso assordante silenzio.