No, con un voto a sorpresa, alla vendita rapida dei beni di interesse culturale. Maggioranza ancora divisa divisa sulla privatizzazione della Cassa depositi e prestiti e sulla riforma dei servizi pubblici locali. Ieri la commissione Bilancio del Senato ha concluso l'esame del decretone, parte integrante della manovra per il 2004. Ma la giornata ha avuto un segno tutto politico, con il centrodestra ancora in difficoltà a trovare una posizione comune, e il profilarsi sempre più concreto del voto di fiducia. Di sicuro c'è che già oggi la partita si trasferirà nell'aula di Palazzo Madama, ultima possibile sede di mediazione per le questioni ancora aperte. Che sono poi tutte quelle più importanti. Nella serata di ieri, il relatore Tarolli aveva potuto annunciare un'intesa solo su alcuni paletti al condono, sul rimpatrio dei ricercatori e sulle norme per i lavoratori esposti all'amianto. Ma governo e maggioranza sono poi stati battuti su un emendamento di An che riguarda il limite del condono: il tetto dei 750 metri cubi sarà riferito all'intero immobile e non alle singole abitazioni, per evitare che possa essere eluso attraverso la presentazione di più domande. Slitta poi al 31 maggio, dal 28 febraio inizialmente previsto, il termine per aderire al concordato preventivo triennale. Per tutti gli altri emendamenti è stata decisa la bocciatura e appunto il rinvio all'aula. La geografia delle spaccature è quanto mai complessa. Tanto per cominciare, è passato contro il parere del governo un emendamento sul lavoro artigiano presentato dall'Udc. Ma sul nodo più scottante, quello del silenzio-assenso nella vendita dei beni, il colpo decisivo è arrivato non da An, che si era schierata contro con il ministro Matteoli, né dai centristi, ma dalla Lega. Il relatore Tarolli aveva preparato una seconda versione del suo emendamento, che di fatto portava da 60 a 120 giorni il periodo di tempo concesso per le obiezioni alla vendita. In qualche modo una concessione ai timori dei ministri Matteoli e Urbani, che avrebbe dovuto rendere la novità un po' più digeribile. Questo testo non è stato bocciato direttamente: al contrario è stato approvato un sub-emendamento presentato dall'opposizione, che cancella la proposta Tarolli. L'effetto è lo stesso, ma per questa votazione è stato decisivo l'apporto dei senatori della Lega. Una scelta un po' a sorpresa: da parte del Carroccio si è trattato forse di un avvertimento in vista dei nodi successivi, ma c'è anche chi sussurra che l'affondamento sia stato voluto, in modo da spianare la strada alla fiducia. E il governo? Non ritiene di essere stato battuto. Anzi il sottosegretario Armosino si è detta felice, perché «il testo che è uscito è quello del governo». Il ministero dell'Economia mantiene quindi la linea dei giorni scorsi, quando aveva disconosciuto la paternità dell'emendamento: al momento di esprimere il parere la Armosino si è rimessa alla commissione. Resta il fatto che il Tesoro è interessato a rimuovere tutti gli ostacoli alle cessioni, che sono cruciali per il bilancio pubblico: e di questa preoccupazione si è fatto interprete il capogruppo di Forza Italia Schifani, annunciando che il problema sarà risolto definitivamente in aula. Ma ci sono anche altri problemi aperti. A partire dalla trasformazione in spa della Cassa depositi e prestiti, che vede ancora contrapposti Giulio Tremonti da una parte, An e Udc dall'altra. Ieri il ministro Alemanno ha detto di sperare in una soluzione «rispettosa delle regole bancarie». Mentre il suo collega Buttiglione ha avvisato gli alleati: sulle modalità di privatizzazione non esiste alcun vincolo di maggioranza, l'accordo riguarda solo il principio della trasformazione in spa. Anche in questo caso quindi la questione viene rinviata all'esame in assemblea. E sempre il ministro delle Politiche comunitarie ha voluto mettere le mani avanti anche su un altro tema, la riforma dei servizi pubblici locali. Martedì è passato un emendamento della Lega che concede una proroga alla scadenza delle concessioni, nel caso di fusione tra piccole municipalizzate. Il Carroccio, presente nelle amministrazioni locali del Nord, è da sempre attento al destino di queste aziende, e non vuole farsele sfilare. Buttiglione però ha ricordato che al momento di inserire questa nel decretone questa riforma, da tempo ferma in Parlamento, si era stabilita con Tremonti «di non cambiare una virgola». Così come è stata modificata, ha detto il ministro, la norma rischia di essere bocciata da Bruxelles.