"La trasferta negli Usa del Ritratto dignoto è stata trasformata in fiera gastronomica" -------------------------------------------------------------------------------- «Barone, ma a chi sorride quello là?», domanda il servitore Sasà al Barone di Mandralisca, indicando la tavola con il "Ritratto di ignoto" di Antonello. «Ai pazzi allegri come voi e me, agli imbecilli!», risponde il barone, eleggendo il personaggio dalla smorfia sorniona a complice dello scetticismo e della ironia sul mondo. Da quel "Sorriso dellignoto marinaio" che nel 1976 segnò il ritorno di Vincenzo Consolo con un clamoroso caso letterario dopo il precedente e ormai distante "La ferita dellaprile" (1963), la memoria culturale dellisola, col suo patrimonio artistico, ha giocato spesso il ruolo di pretesto e leitmotiv nellopera dello scrittore di SantAgata di Militello. In "Retablo" (1987), invece, un gentiluomo milanese modellato sul sembiante, sul nome e sullattività dellamico pittore Fabrizio Clerici viaggia nella Sicilia settecentesca, imbattendosi in Giacomo Serpotta e compiendo un tour archeologico dellisola che lo conduce sino a Mozia e Selinunte. Il paesaggio del Siracusano funge da sfondo e cornice ad alcuni racconti de "Le pietre di Pantalica" (1988). E in "Lolivo e lolivastro" (1994), il tema del ritorno carica le pagine di una requisitoria amara e appassionata in cui, come sempre, la sedimentata e ricchissima storia della civiltà isolana si intreccia con la ricchezza dellimpasto linguistico e la tensione dellimpegno civile: inestricabilmente. In questo senso la sua produzione letteraria può essere letta anche come un monito alla conoscenza e alla salvaguardia del patrimonio della civiltà in Sicilia? «Esiste un termine dialettale, tipico del paese in cui sono nato e pressoché ignoto in altre parti dellisola, che serve a designare la bellezza: Kalasìa - racconta Consolo, a Palermo nei giorni scorsi dove ha presentato insieme a Rita Borsellino il logo del movimento "Unaltra storia", e successivamente lultimo numero della rivista "Kalòs", in gran parte dedicato al ritorno della Venere di Morgantina - Un termine che proviene certamente dal greco, e sottintende una memoria antica della bellezza, un concetto alto e calato nella vita quotidiana. In effetti, e nonostante gli scempi e il degrado, siamo circondati ancora dalla bellezza, a tal punto che spesso neppure la vediamo più. E questo, insieme allignoranza, fa sì che questa bellezza venga così frequentemente vilipesa e calpestata». Eppure la ricchezza del nostro patrimonio culturale è spesso esaltata dalla classe politica che è chiamata ad amministrarla. Almeno a parole, il riconoscimento della sua unicità non è mancato negli anni recenti. «Si è trattato spesso di un uso strumentale, senza che per la sua tutela siano stati utilizzati strumenti e misure adeguati, e non per semplice negligenza. Uno dei casi più eclatanti è quello della Villa del Casale di Piazza Armerina, un sito saccheggiato in passato dal barone Vincenzo Cammarata, e i cui mosaici soffrono leffetto serra provocato dalla copertura progettata negli anni Cinquanta da Franco Minissi. Un problema di grande complessità, al punto che Cesare Brandi in una raccolta di scritti sulla Sicilia ("Sicilia mia", edito da Sellerio nel 1989, n. d. r.) avvertiva come fosse difficile e problematico ripensare la copertura sia ai fini della conservazione che della fruizione. Limportanza dei mosaici richiedeva un concorso internazionale: si è preferito dare mano libera a Vittorio Sgarbi, conferendogli poteri decisionali quasi privi di controllo. Le ragioni della tutela vengono così posposte ad altre logiche che non hanno nulla a che fare con la salvaguardia. Un altro esempio è quello del "Seppellimento di Santa Lucia" di Caravaggio, secondo Roberto Longhi il dipinto del maestro lombardo giunto sino a noi nelle condizioni più precarie e fragili, e per questo ripetutamente in passato ridipinto e più volte sottoposto a restauro. La pessima conservazione è dovuta in buona parte al fatto che la grande pala daltare è stata realizzata per la chiesa di Santa Lucia a Siracusa, dove la presenza di falde acquifere sotterranee determina una generale condizione di umidità dellaria. Dopo lultimo intervento, lopera sarebbe dovuta tornare al Museo di Palazzo Bellomo, dove era stata spostata nel 1984: su richiesta della Curia, il dipinto è stato invece ricollocato nella sua sede originaria (dove peraltro aveva subito nel '70 un tentativo di furto), senza che le cause dellumidità siano state nel frattempo eliminate. La Regione non ha avuto nulla da obiettare, nonostante lappello firmato, oltre che da me, da storici dellarte e tecnici della materia tra cui lo stesso Soprintendente di Palermo Adele Mormino. Più che di ignoranza si è trattato di malafede, e di una logica di piccoli, meschini tornaconti. Lunica cosa che sembra interessare di unopera darte sembra sia sfruttare il suo possibile ritorno dimmagine, in termini talvolta offensivi per lopera e grotteschi per i modi». Tuttavia questa prevalenza delleffetto mediatico su una reale politica di valorizzazione è un dato generale, certamente non solo siciliano. È daccordo? «È vero, ma qui sono riusciti a trasformare la presenza al Metropolitan Museum di New York dei dipinti di Antonello, il "Ritratto di ignoto" del Museo Mandralisca e della "Annunziata" di Palazzo Abatellis - opere delicatissime, che dovrebbero viaggiare il meno possibile - in una sorta di fiera gastronomica, con la presentazione dei prodotti alimentari tipici. Questa del cibo, poi, sembra essere una vera ossessione della classe politica siciliana. Lo scorso anno lIstituto italiano di Cultura di Madrid aveva organizzato una "Settimana della lingua italiana". I politici siciliani che sono intervenuti non hanno trovato di meglio che parlare delle tradizioni gastronomiche. Prima di prendere la parola mi sono scusato: avevo preparato un intervento sulla "Breve storia della lingua italiana", avrei fatto meglio, considerato il tenore dei discorsi che mi avevano preceduto, a parlare della storia della lingua italianasalmistrata! Non si ha percezione di come una civiltà culturale - e quella siciliana è stratificata come forse nessunaltra - sia un fenomeno di una complessità e di una ricchezza inesauribili, e come di questo la lingua sia un testimone e un attore privilegiato. Sino a oggi, nonostante tutto: ho trovato straordinarie, per esempio, la ricerca linguistica e la presenza scenica di un autore come Vincenzo Pirrotta (che a fine mese presenterà al Nuovo Montevergini uno spettacolo tratto da "Lunaria", racconto teatrale dello stesso Consolo pubblicato nel 1985, n. d. r.), così come è stata una rivelazione la scrittura di Vincenzo Rabito, che in "Terra matta", edito postumo da Einaudi sulla base di centinaia di pagine di narrazione autobiografica, racconta, insieme alla propria esistenza la dignità e lonestà di cui il popolo siciliano era capace. Queste esistenze oscure sono ugualmente lievito e sostanza segreta di una cultura». È questa la ragione per cui, in "Retablo", immagina che la statua del Giovane di Mozia, ritrovata e acquistata da Fabrizio Clerici con felice anacronismo narrativo, venga gettata in mare per scampare a un naufragio? «Lo dico anche nel libro: "Prima viene la vita, quella umana, sacra, inoffendibile, e quindi viene ogni altro. Filosofia, scienza, arte, poesia, bellezza».