Da quando ci siamo accorti che l'Italia è un Paese in declino, è iniziata la ricerca del colpevole. E lo stiamo cercando sempre più lontano nel tempo e nello spazio: sarà colpa del grande debito pubblico che abbiamo accumulato vent'an-ni fa? Oppure, è colpa della concorrenza, più o meno sleale, che ci sta facendo la Cina? Suggerisco di restare molto più vicino a casa, anzi di guardare dentro le nostre città, osservando con cura un bel po' del patrimonio statale (cioè di tutti noi!) anche di qualità, che in questi anni abbiamo lasciato andare in malora. Per chi ruba mille curo c'è la galera, ma chi ci danneggia per miliardi di euro non corre alcun rischio, o magali viene promosso. Pensate infatti quanto minori sarebbero: il debito pubblico, gli interessi sul debito, le tasse che paghiamo se quel patrimonio non fosse stato lasciato degradare, ma fosse stato messo in vendita e venduto. Pensate a quanto maggiore sarebbe il reddito prodotto (e il gettito delle relative imposte) se gli acquirenti di quel patrimonio inutilmente mantenuto pubblico l'avessero restaurato e usato a fini utili. Non ho mai visto il declino di un Paese tanto fortemente voluto dalla sua classe dirigente, e dai suoi cittadini che per anni hanno tollerato che il patrimonio dello Stato (cioè di tutti noi) andasse in malora. Salvo strepi-tare e gridare al saccheggio, quando come in questi giorni, si prova a rimediare (magari in modo un po' maldestro; ma ormai dovremmo saperlo .che questo Governo solo la terza volta ci prende...). Propongo di iniziare considerando le 560 caserme (tante erano l'ultima volta che sono state contate, si veda «II Sole-24 Ore» di mercoledì 8 ottobre pag. 22) vuote da anni e destinate a essere vendute. Ciascuno di noi ne conosce almeno una nella sua città. Sono vuote da anni; molte sono nei centri storici; a volte incorporano pezzi di antichi conventi o bastioni di antiche mura (questi sono i casi che meglio conosco, nella mia città: Piacenza; ma so che belle ex caserme ci sono anche a Bergamo, a Vare-se e in tante altre città). Con le normali procedure dello Stato italiano, la vendita di 560 ex caserme richiede non meno di 560 anni! Controllare per credere: le dismissioni dei beni militari sono iniziate con la legge voluta dall'allora ministro Andreatta (la legge 724 del 1994, finalizzata al servizio del debito pubblico e all ' ammodernamento della difesa). Il fatto che dieci anni dopo ci siano ancora così tante ex caserme da vendere la dice lunga, anche sull'importanza finora attribuita all'ammodernamento del nostro esercito! Come si esce da questo pasticcio? La mia proposta, da sempre, è quella di un Patto tra Stato ed enti locali, questi ultimi essendo i naturali garanti dell'interesse dei cittadini alla valorizzazione sul posto di quegli importanti immobili. Non bastano né il silenzio né l'assenso: occorre l'impegno solidale dello Stato e del Comune perché la cessione delle ex caserme avvenga in tempi rapidi e altrettanto rapidamente si proceda alla loro valorizzazione. Dopo di che, ci sono già tutte le tutele possibili: c'è un Regolamento a firma Melan-dri, Fassino; c'è la prelazione per l'ente locale; c'è il coinvolgimento della Soprintendenza. Degli immobili finora sottratti ai cittadini diventerebbe finalmente possibile un pubblico godimento! Affinchè la cosa avvenga presto e bene, basterà tener fede a due principi: 1. Ricordare sempre cosa ci ha insegnato Cipolla nel suo immortale libretto pubblicato dal Mulino: Allegro ma non troppo (l'ho consigliato ai miei studenti, perché capiscano tante cose della politica economica...). 2. Del nostro declino non potremo dare sempre la colpa ai nostri vecchi o ai cinesi, poiché andando avanti come in questi anni ci riusciamo benissimo da soli!