«Il denaro non è lidea, ma compera i padroni dellidea» (Emilio De Marchi, «Giacomo lidealista») Gli annunciati (e previsti) tagli al bilancio comunale, che lassessore Guido Passoni si prepara a varare, hanno nella cultura cittadina e in una sua contorta e sbagliata idea gestionale gli obiettivi più scontati e più colpiti. In realtà, per gli osservatori più attenti e dotati di maggior indipendenza critica, questo epilogo non costituisce in alcun modo una sorpresa. Esaurite infatti lubriacatura olimpica e la spinta propulsiva degli immensi finanziamenti romani ed europei (non tutti spesi con oculatezza e saggezza: chi si ricorda ancora, ad esempio, e chi parla più di quegli spettacoli di Luca Ronconi costati alle casse pubbliche oltre 10 milioni di euro?), la gestione ordinaria della città costringe tutti a un salutare (purché sia vissuto davvero con sincerità e con autocritica) bagno di umiltà. Una crisi economico-finanziaria che però potrà avere effetti benefici soprattutto per il futuro, quantomeno se riuscirà a cancellare dalla scena della cultura pubblica e privata torinese una serie di errori e di illusioni che lhanno condizionata e deformata in questi ultimi sei anni. Il primo di essi riguarda il ruolo del Comune, dei suoi assessorati interessati al settore e del ruolo extra ordinem rivestito dalle persone che tali assessorati guidano o hanno guidato. A lungo infatti, e oggi Passoni con i suoi calcoli da serio contabile taglia alla radice questa malapianta amministrativa, a Torino si è pensato che il Comune avesse nel settore culturale non tanto il compito, in buona sostanza, di offrire ai suoi cittadini (con una evidente gradualità) occasioni di alta cultura, di spettacolo o anche solo di semplice svago, ma che invece esso dovesse trasformarsi in una sorta di imprenditore e manager, slegato al contempo dai doveri del buon governo economico, pronto a finanziare a fondo perduto imponenti costruzioni edilizie, uomini e donne di spettacolo con progetti (e stipendi) faraonici, tentativi illusori di strappare ad altre consolidate eccellenze italiane primati impossibili (dalla «Cinecittà sotto la Mole» alla patente autoreferenziale di «capitale dellarte contemporanea»). Il secondo errore, favorito dallepoca in cui fu generato (la crisi più profonda della Fiat), riguarda invece lassurda pretesa e la ridicola convinzione che proprio la Cultura (accompagnata dallinseparabile partner del Turismo, peraltro ripiombato da mesi ai livelli preolimpici, almeno nelle presenze alberghiere) rappresentasse il futuro economico e occupazionale della città. A tale principio era ispirato anche lappello pubblicato una settimana fa sul nostro giornale e rivolto proprio allassessore Passoni dai responsabili del Teatro Regio, del Museo del Cinema e del Teatro Stabile. Una mossa dovuta e apprezzabile, ma sbagliata per lo slogan usato nel tentativo di invocare meno tagli e più finanziamenti: ad Olimpiadi finite e a vanagloria mediatica esaurita, infatti, nessuno a Torino crede più sul serio che il futuro occupazionale della città passi per la sua vocazione culturale e turistica (e di questo sono ben consapevoli la stessa presidente della Regione, Mercedes Bresso, e il sindaco Sergio Chiamparino che due anni fa siglarono un accordo da 70 milioni di euro con Sergio Marchionne per salvare Mirafiori). Dunque, se un argomento deve essere speso per convincere Passoni a scelte meno drastiche, esso non può certo essere quello ormai obsoleto della propaganda olimpica, ma piuttosto un ragionamento che sottolinei ancora una volta la necessità di non penalizzare un servizio ai cittadini e alla loro possibilità di crescita umana e culturale. Il fatto che lo spirito e lobiettivo del servizio pubblico, però, non siano più gli ideali e la missione degli operatori culturali pubblici a Torino costituisce al tempo stesso una realtà incontestabile e il terzo e definitivo errore strutturale del settore. Sotto la Mole non si fa cioè e non si distribuisce cultura per la gente, ma piuttosto per soddisfare invece i propri innamoramenti improvvisi, le proprie ambizioni personali e i megalomani (e inutili) sogni di gareggiare non solo con Milano, Roma e Firenze, ma addirittura con il mondo. E, cosa ancora più grave, il prezzo che si è disposti a pagare, pur di trovare soldi per potersi assicurare una simile onnipotenza, coinvolge una delle caratteristiche fondamentali della cultura pubblica: la sua democrazia. Appaltata e dominata dai finanziamenti delle fondazioni bancarie, gettata in pasto a una ricerca spasmodica di sponsor e di finanziatori (qualunque essi siano, qualunque sia e ovunque abbia origine la loro storia etica e imprenditoriale) la cultura pubblica abdica così al proprio ruolo-guida, autonomo e distinto. Chi paga, poco per volta, pretenderà allora di scegliere anche gli uomini e le strategie del pubblico, mentre la cultura pubblica mescolandosi alle iniziative private rinuncia al compito di dettare indirizzi e obiettivi chiedendo a chi vuol organizzare cultura privata la dimostrazione di saperlo fare e non solo in nome del proprio denaro. Ma è anche vero, bisogna pur ammetterlo, che oggi la democrazia appare sempre di più come un disturbo inutile per i "guidatori": e non solo, ahimé, nella cultura.
PIEMONTE - I tagli dellassessore Passoni e le illusioni della Cultura
Il Comune di Torino sta per varare tagli al bilancio, che sono stati previsti dagli assessori. Questi tagli sono stati considerati scontati e colpiti dalla cultura cittadina. Tuttavia, gli osservatori più attenti ritengono che questo non sia una sorpresa, poiché la gestione ordinaria della città costringe tutti a un salutare bagno di umiltà. La crisi economica-finanziaria potrebbe avere effetti benefici soprattutto per il futuro, cancellando errori e illusioni che hanno condizionata la cultura pubblica e privata torinese negli ultimi sei anni.
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