Silenzioassenso, cronaca di una settimana da manuale di psichiatria. Stando a quanto afferma il senatore Ivo Tarolli, Udc, relatore di maggioranza per il «decretone» (Corriere della Sera, 20 ottobre), è dal ministero dell'Economia che, giovedì 16 ottobre, gli è arrivato, insieme ad altri, l'emendamento all'articolo 27: quello che dice che, se le sovrintendenze non producono un parere documentato sulla vendibilità o meno di un bene pubblico entro sessanta giorni, il bene pubblico sarà ìpso facto vendibile. L'emendamento, per ignoranza o malafede, si basa su un principio di irrealtà: le sovrintendenze sono cronicamente sotto organico, ci sono sedi, come quella ligure, dove otto tecnici affrontano già una mole dì duemila pratiche l'anno. E mette definitivamente all'opera l'idea micidiale che stava già dietro Patrimonio s.p.a: i beni pubblici, siano anche di interesse storico-artistico-culturale, servono a fare cassa. Depositato, successivamente al giovedì, l'emendamento Tarolli, insorgono due ministri, Giuliano Urbani, Fi, (Beni Culturali) e Altero Matteoli, An, (Ambiente). S'inalbera Carlo Gìovanardi, Udc, ministro per i Rapporti col Parlamento, che rivendica che ogni modifica alla Finanziaria passi da un tavolo collegiale. Prende le distanze, ma con più circonvoluzioni, un altro ministro, Rocco Buttiglione, Udc. A confondere ancora di più le acque, però, è il titolare del dicastero maggiormente interessato alla questione: Urbani (Corriere della Sera, 19 ottobre) nel dichiarare il suo «non possumus», afferma anche, sibillino, di essere fiduciosissimo, no, il Bel Paese non vende i suoi gioielli, perché lui ha «un'arma segreta». Nel frattempo si mobilitano opinionisti e associazioni che si battono per la tutela del nostro patrimonio. E la situazione precipita. Ieri alle 14 Tarolli si presenta in Senato con un emendamento corretto (e spiega di nuovo che gli arriva dal ministero dell'Economia): se entro i sessanta giorni le sovrintendenze non pro ducono un parere, la pratica di vendibilità passa al ministero per i Beni Culturali che, a propria volta, avrà per esprimersi sessanta giorni, decorsi i quali varrà il silenzioassenso. Eccola, l'«arma segreta» di Urbani. Il ministro, in visita alla mostra sul Canova, in mattinata si dichiara olimpicamente sereno (ha «l'arma segreta» ripete) e riannuncia che a breve avremo quel Codice dei beni culturali che ci metterà al sicuro da ogni affondo del collega Tremonti. Non s'è accorto che la nuova versione dell'emendamento fa rientrare, sì, in campo il suo dicastero. Però lo mette di fatto agli ordini del dicastero dell'Economia. E crea le condizioni per cui, quando arriverà il suo Codice, da tutelare nel Bel Paese sarà rimasto poco o niente. Pai passa il sub-emendamento Turroni-Morando coi voti della Lega. Governo battuto. Sic stantìbui rebus brindano le associazioni (Italia Nostra, WWF, Lipu) ed esponenti dell'opposizione (Melandri, Chiaromonte). Anche se resta il nodo: la filosofia brutalmente economicista che ispira l'artìcolo 27 del «decretone». Ieri è stato anche il giorno in cui il procuratore nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna, in margine a un convegno della Confesercenti sulle mafie straniere in Italia, ha affermato che è ben possibile che la criminalità organizzata russa si infiltri nel grande affare della dismissione del nostro patrimonio.