I1 criterio del silenzioassenso per la vendita di beni culturali pubblici già in commissione è finito dove meritava di finire: nel cestino della cartastraccia. Ed è augurabile che, alla fine dell'accidentato percorso della Finanziaria 2004, rimanga dov'è, in discarica. Ieri pomeriggio, in Commissione, è stato quindi evitato grazie all'emendamento presentato dai senatori dell'Ulivo Turroni e Morando, il male più grande e più immediato. Il ministro Tremonti, attravers il relatore alla Finanziaria, il senatore Tarolli, pretendeva di scaricare di colpo sulle Soprintendenze, povere di mezzi e di uomini, una catasta di richieste di pareri sul patrimonio immobiliare e mobiliare dello Stato: dicessero entro 60 giorni se quel tal palazzo era o no vendibile, e se non dicevano niente, sarebbe scattato un grottesco silenzioassenso alla cessione dell'immobile. Tutto ciò in un Paese nel quale sono in mano pubblica, giustamente, migliala di palazzi storici, di caserme o ex caserme che erano in realtà antichi conventi nel cuore di centri storici preziosi, o di ex carceri a loro volta allocate in rocche e castelli (ben 40 mila nel Bel Paese). Bene hanno fatto, sia pure in ritardo, alcuni ministri, come Urbani e Matteoli, ad opporsi a una misura che però era, ed è tuttora, fortissimamente voluta dal superministro dell'Economia Giulio Tremonti impegnato a rastrellare quanti più euro può al fine di turare le falle di una Finanziaria fondata su vendite, svendite e condoni. Cioè sulla dissipazione del Bel Paese. Benissimo ha fatto l'opposizione a contrastare duramente una misura dissennata che avrebbe ferito a morte, secondo l'opinione di tutti i soprintendenti, il patrimonio culturale italiano, i suoi criteri di tutela e di gestione. La bocciatura è avvenuta coi voti della Lega Nord e ciò apre un altro capitolo della guerriglia interna alla maggioranza. Si torna quindi alla dizione originaria dell'articolo 27 del collegato alla Finanziaria 2004, che non è certo il meglio del meglio. Esso, ad esempio, prevede che le cose mobili o immobili appartenenti allo Stato e a tutti gli altri enti pubblici siano sottoposte ad una verifica da parte delle Soprintendenze circa la sussistenza dell'interesse artistico, storico, archeologico o demoantropologico, d'ufficio o su richiesta dei soggetti pro-prietari, per una eventuale cessione. Se i beni immobili sono decine e decine di migliaia, quelli mobili di proprietà pubblica risultano milioni. Pensare che in trenta giorni come prevede l'art 27 le Soprintendenze redigano pareri corredati da schede dettagliate da consegnare all'Agenzia del demanio è semplicemente demenziale. Si dovrebbe fare in un mese, e con lo stesso magro personale, quello che è stato fatto soltanto in parte in molti decenni Solo che, alla fine di questo percorso, prima di ieri pomeriggio sarebbe scattata, con l'emendamento Tarolli, la mannaia del silenzioassenso, mentre da ieri pomeriggio queste cose immobili e mobili di proprietà pubblica restano comunque sottoposte alle disposizioni in materia di tutela e quindi non possono andare sul mercato. E' una vittoria della tutela quella di ieri pomeriggio al Senato? Certamente sì perché ha disinnescato il detonatore di una enorme bomba distruttiva. È una vittoria definitiva? No, perché Tremonti potrebbe riprovarci in Aula. È una vittoria totale? No, perché ci sono altre norme insidiose nella Finanziaria. Però resta una grande e bella vittoria dell'Italia civile la quale considera il proprio patrimonio culturale un impagabile valore in sé e non intende venderlo a pezzi e a lotti per rattoppare la legge Finanziaria di un governo incurante del pubblico interesse.