Scenari. Il Louvre ad Abu Dhabi, l'Ermitage a Ferrara, gli Uffizi puntano su Tokyo, la Triennale sugli Emirati arabi. Ma non tutti sono d'accordo Il 19 ottobre nel Castello Estense di Ferrara si inaugura la sede italiana dell'Ermitage. Il grande museo di San Pietroburgo ha scelto la piccola città degli incantamenti ariosteschi per creare un progetto stabile di ricerca scientifica e mostre. La prima, nel marzo 2008, dedicata alla pittura ferrarese del Cinquecento. Un evento prestigioso che suscita interrogativi sul ruolo dei musei nel nuovo millennio, sempre più simili a multinazionali della cultura, e accende desideri espansionistici anche in casa nostra. Le polemiche sul «Louvre delle sabbie», vale a dire la scelta del governo francese di cedere il marchio Louvre ad Abu Dhabi per 30 anni, in cambio di 400 milioni di euro, sono state seguite con esecrazione e invidia dai soprintendenti di mezzo mondo. Il museo di Rue de Rivoli vanta 445 mila opere. Ma anche l'Italia ha un patrimonio ricchissimo e «marchi» universalmente noti come la Galleria degli Uffizi o i Musei Vaticani. «Dovremmo aprire una rappresentanza a Tokyo» anticipava Cristina Acidini Luchinat, soprintendente del Polo museale fiorentino, nel giardino dell'editore Giunti l'estate scorsa. Da Tokyo arrivano molte richieste di prestiti, come quella per l'Annunciazione di Leonardo, la cui trasferta suscitò furori. «La creazione di luoghi rappresentativi di grandi musei nel mondo avviene specie a opera di musei espansionistici, come appunto l'Ermitage, che a Londra ha le sue stanze nella prestigiosa Somerset House» dice la soprintendente. «Credo che l'Italia possa partecipare a livelli alti a questa rete di rapporti incrociati, sia ospitando rappresentanze artistiche sia inviandole all'estero». Non nasconde che per l'intero Polo fiorentino, 12 musei oltre agli Uffizi e all'Accademia, stabilire un rapporto duraturo con altri luoghi sarebbe un'opportunità di scambi culturali che razionalizzerebbe l'attuale richiesta, spesso scollegata e incalzante, di mostre intere o di prestiti di singole opere. «Non si tratta di aprire una filiale, ma di mantenere una presenza qualificata e consolidata». Il museo di San Pietroburgo, 3 milioni di pezzi in parte ancora da catalogare, ha già aperto anche ad Amsterdam e a Las Vegas. Il Louvre ha una esposizione permanente ad Atlanta. Il Beaubourg approda in Cina nel 2010. La Tate Gallery ha aperto a Liverpool, a Saint Yves, in Cornovaglia, e, sempre a Londra, accanto alla fortunatissima Tate Modern sta innalzando un nuovo edificio in vetro di 11 piani progettato dai fedeli architetti svizzeri Herzog de Meuron. Il pioniere della delocalizzazione è il Solomon R. Guggenheim di New York, con le sue sedi di Bilbao, Berlino, Las Vegas e Venezia. Non a caso è al suo direttore Thomas Krens che si è rivolto il governo di Abu Dhabi per l'ideazione del Parco dei musei sull'isola di Saadiyat. Dove dovrebbbero sorgere il nuovo Louvre disegnato da Jean Nouvel, il Museo del mare di Tadao Ando, il Centro delle arti viventi di Zaha Hadid e il Museo delle arti contemporanee di Frank Gehry. Claudio Strinati, soprintendente del Polo museale romano, ironizza: «Per aprire una sede in un paese straniero bisogna essere oggetti del desiderio, corteggiati e richiesti. Noi abbiamo capolavori che attraggono visitatori, ma non potremmo certo privarci della Paolina del Canova o dei Caravaggio di Villa Borghese. Del resto le file del Louvre senza la Gioconda non ci sarebbero. Sarei curioso di sapere che cosa manda ad Abu Dhabi, forse gli ottocenteschi». Strinati fa una veloce analisi del patrimonio nazionale, diffuso sul territorio più che concentrato in un unico grande museo regale come il Louvre o l'Ermitage. «Gli unici nomi celeberrimi sono gli Uffizi e i mitici Musei Vaticani». Francesco Buranelli, da 11 anni direttore dei musei della Santa sede, è in uno stato di grazia: 4 milioni 300 mila visitatori nel 2006, più 12 per cento rispetto al 2005, il 90 per cento in più rispetto al 1999- Come ha scritto Salvatore Settis sulla Repubblica: «Una performance come questa verrebbe da attribuirla a uno di quegli invidiatissimi musei d'oltreoceano o d'oltralpe che si son fatti una giusta fama di dinamismo». Mostre di alta qualità, pubblicazioni scientifiche, restauri e ampliamenti museali: «La nostra presenza negli altri continenti c'è da tempo» dice Buranelli. «Ma non pensiamo a una sede fissa. Abbiamo portato mostre in Giappone, Singapore, Corea, Stati Uniti e America Latina, che hanno rinforzato il ruolo dei musei e della Chiesa. La globalizzazione ha portato a un livellamento dei costumi e dei consumi, però ha anche suscitato nelle persone il desiderio di conoscere le proprie radici e confrontarsi con le culture lontane». L'origine dei musei della Santa sede si identifica con la scoperta del Laocoonte. Continua Buranelli: «Ci affacciamo a un millennio in cui si discute del futuro del museo, che nasce qui, in Vaticano, cinque secoli fa, è qui dentro che l'uomo ritrova la propria identità culturale». Allora il modello «Louvre del deserto» è da bocciare? «È una decisione che rientra nella categoria della politica. Discutiamo sui risultati». La creazione della sede di Abu Dhabi «fa parte di un piano diplomatico di rapporti tra i due governi, più che rappresentare un progetto concepito dal Louvre» aggiunge Acidini. «Gli Emirati si attendono dalla presenza francese un contributo nella formazione di addetti ai lavori che possono occuparsi del progetto di un nuovo museo universale». È l'aspetto che la lascia più perplessa: «Sia-mo di fronte alla risorgente vitalità del concetto di museo universale, concetto prezioso nell'età dei lumi che era però degenerato con Hitler e i suoi generali. E ora? Come potrà presentarsi il museo universale del Terzo millennio?». Intanto la Triennale di Milano, che significa design, architettura, arti decorative, ha aperto in Giappone una sede di 1.000 metri quadrati e ora è a colloquio con gli Emirati per un luogo nel Parco della cultura di Abu Dhabi, dove l'Italia e la sua cultura siano rappresentate. Dice il presidente Davide Rampello: «Avevamo vinto il concorso con Giuseppe Cipriani per portare la Triennale a New York, al Pier 57, ma le cose andavano a rilento. «In quel periodo un grande imprenditore giapponese ha costruito un intero quartiere in stile italiano a Tokyo e ci ha invitati ad aprire una sede per mostre di design, architettura, arte contemporanea». Rampello non si è fermato lì: «Abbiamo colloqui con Abu Dhabi, New York non è tramontata ma potremmo rivolgerci a Chicago, e poi ci sono la Cina e l'India. Perché poi fermarsi a design, food and fashion? Un domani potremmo chiedere alla Pinacoteca di Brera di Milano o al Museo di Capodimonte di Napoli dei pezzi unici intorno ai quali allestire mostre di qualità».
Panorama
6 Ottobre 2007
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Manuela Grassi
Panorama
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