Lui dice che ha accettato «per amore di Milano» e per rilanciare una istituzione «prestigiosa ma sottostimata». Gabriele Mazzotta, 69 anni, editore d'arte e collezionista, patron della Fondazione Mazzotta, è il nuovo presidente dell'Accademia di Brera, nominato dal ministero per sostituire lo stilista Gianfranco Ferrè, scomparso nello scorso mese di giugno. GABRIELE Mazzotta, si aspettava questa nomina? «Mi avevano chiesto se sarei stato disponibile e avevo risposto sì, sono sempre pronto a lavorare per la cultura. Ma non me l'aspettavo». Che cosa conosce dell'Accademia e dei suoi problemi? «Frequento Brera dagli anni Sessanta, dai tempi gloriosi del Giamaica, e l'Accademia, per i miei contatti con molti artisti e professori. Brera è casa, è il mio campo. Persino mia moglie l'ho conosciuta lì, quando era una studentessa». Si sente onorato di questo incarico? «Molto. Mio padre Antonio, a cui ho intitolato la Fondazione, era socio onorario di Brera. Sono dentro a questo mondo, e al mondo dell'arte e della cultura, da più di quarant'anni. Mi sembra sia più omogenea la mia presenza rispetto a quella di un industriale, per esempio. Certo, ora devo cominciare a prendere conoscenza dei problemi, che sono molti». L'Accademia scoppia. Come affronterà questo nodo? «È una questione aperta, devo analizzarla per bene. Di certo Brera ha bisogno di laboratori e aule, così come la Pinacoteca di spazi espositivi». Ma dove finirà l'Accademia? «Bisogna trovare un luogo adatto in aree dismesse, anche in caserme. Si vedrà. Per l'Accademia ci vogliono circa 20mila metri quadri, e non bastano le classiche aule di un tempo. Per fare arte contemporanea, o scenografia, per creare installazioni o per la video-arte servono ampi laboratori. Non so ancora dove, però». Ma la cosa certa è che l'Accademia se ne andrà via da Brera? «Servono spazi esterni per svolgere le attività didattiche. Il cuore però non può andarsene. Gli spazi di rappresentanza, la gipsoteca, l'aula napoleonica devono rimanere a Brera dove sono nati 230 anni fa». Lei avrà voce in capitolo nella scelta della nuova sede o deciderà il ministero dell'Università, da cui l'Accademia dipende? «Avrò voce. Una voce designata da Roma per le decisioni operative. Dove saranno i nuovi spazi, però, lo devono dire altri, in primis il ministero. Di soldi pubblici ce ne sono pochi e bisogna essere realisti. E, con il mestiere che faccio, io sono molto realista». Perche ha accettato questo incarico? «Penso di fare una cosa buona, di diventare un garante. Lo faccio per amore di Milano. Ci sono nato, ci vivo. F. ci soffro, perché qui non si riesce a costruire, a coordinare». Ma come, a Milano non c'è la cultura del fare? «C'era la cultura del fare, negli anni '60, '70, anche se adesso qualcosa si comincia a vedere. MiTo, per esempio, è stato straordinario. Però c'è bisogno di un progetto culturale più vasto in cui possa rientrare anche l'Accademia, un'istituzione prestigiosa ma sottostimata. Ha un ottimo motore, e con un buon dislocamento didattico esterno può diventare ancora più internazionale». Una fondazione che si occupa d'arte e una presidenza in una scuola d'arte: non c'è conflitto d'interessi? «Assolutamente no. La Fondazione va avanti con i propri mezzi, non ho bisogno di pescare nell'Accademia per fare qualche mostra».
Mazzotta: "Così rilancerò Brera"
Gabriele Mazzotta, 69 anni, editore d'arte e collezionista, è stato nominato presidente dell'Accademia di Brera. Ha accettato l'incarico per amore di Milano e per rilanciare l'istituzione. Mazzotta frequentava Brera dagli anni Sessanta e conosceva molti artisti e professori. Ha un ottimo rapporto con la città e vuole diventare un garante della cultura milanese. L'Accademia ha bisogno di spazi esterni per svolgere le attività didattiche, ma il cuore deve rimanere a Brera. Mazzotta non ha paura di affrontare i problemi dell'Accademia e vuole trovare un luogo adatto per i laboratori e gli spazi espositivi.
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