La direzione generale per gli archivi del ministero per i Beni e le Attività culturali da qualche settimana propone sul proprio sito, in formato Pdf e scaricabili gratuitamente, alcune delle proprie pubblicazioni (delle quali detiene il copyright). Si tratta, per il momento, di una dozzina di testi e opere custoditi dagli Archivi di Stato. Ci sono vere e proprie rarità dell'archivistica e della paleografia, ma anche testi più accessibili e non unicamente destinati ai cultori della materia, come la monumentale opera curata dallo storico Claudio Pavone (3 volumi per un totale di oltre 2.000 pagine a cui hanno contribuito circa 80 autori). Tutto gratis, liberamente consultabile con l'unica condizione di non utilizzare ai fini di lucro e di rispettare i diritti morali degli autori, «certi di rendere in questo modo un servizio sia agli autori che ai lettori». Presto si aggiungeranno altri volumi e strumenti utili anche ai non addetti ai lavori. La filosofia è quella di allargare generosamente e intelligentemente una conoscenza altrimenti vincolata a un circuito troppo ristretto, poiché la vendita dei testi è sempre stata affidata esclusivamente al Poligrafico dello Stato. La formula scelta è quella delle Creative Commons, le licenze sviluppate dalla Stanford School e dalla Electronic Frountier Foundation, che ridisegnano i criteri di utilizzo delle opere d'arte. Un'opzione che sta trovando evidentemente adesioni anche da parte delle istituzioni. Dietro questa idea c'è un professore di legge, Lawrence Lessig, paladino delle libertà ma anche uomo di legge, che anni addietro dichiarò: «I'm still cynical about its origins but I've come to love Creative Commons».
Creative Commons anche ai Beni culturali
Il ministero per i Beni e le Attività culturali ha proposto sul proprio sito la disponibilità di alcune delle sue pubblicazioni, in formato Pdf e scaricabili gratuitamente. Si tratta di una dozzina di testi e opere, tra cui rarità dell'archivistica e della paleografia, e anche opere più accessibili. La filosofia è quella di rendere accessibili la conoscenza, altrimenti vincolata a un circuito troppo ristretto. La proposta utilizza le licenze Creative Commons, sviluppate dalla Stanford School e dalla Electronic Frountier Foundation, che ridisegnano i criteri di utilizzo delle opere d'arte.
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