Nella Quadriennale del 35 aveva una sala anche Mario Mafai, mio padre, che esponeva vicino a Scipione «Non siamo venuti a Roma per farne una città di travet», così Quintino Sella, che già aveva sostenuto con energia la necessità di conquistare Roma per farne, finalmente, la capitale rispondeva, dopo il 20 settembre del 1870 a coloro che ne criticavano i progetti, giudicati troppo ambiziosi per il giovane Regno dItalia. Ma Quintino Sella respingeva con energia e con una punta di disprezzo tutte le critiche. Secondo il ministro delle Finanze, Roma, finalmente capitale, poteva e doveva diventare il centro di una attività scientifica e culturale capace di mettere il nostro paese alla pari con le grandi nazioni europee. Roma, insomma, luogo della scienza e del dibattito intellettuale. Per questo era urgente dar subito vita alla nuova Accademia dei Lincei, e ad almeno tre importanti istituti scientifici, di fisica, fisiologia e chimica, che avrebbero dovuto trovar sede nellantica vigna di Via Panisperna, mentre sulla nuovissima Via Nazionale, avrebbe dovuto sorgere un grande palazzo delle Esposizioni. E a chi lo accusava di volere in questo modo accentrare le arti e le scienze nella capitale, rispondeva ironico di non riuscire a immaginare unarte o una scienza a livello municipale. Dunque il Palazzo delle Esposizioni si sarebbe fatto, per volontà di Sella, a Roma. Il concorso, bandito nel 1876, venne vinto da, un architetto romano di soli trentanni, Pio Piacentini (padre di quel Piacentini che dominerà la scena dellurbanistica e architettura italiana nel periodo fascista). I lavori del Palazzo, avviati nel 1880 si conclusero tre anni dopo, quando il palazzo, venne inaugurato con una cerimonia solenne alla presenza del re e della regina. Un palazzo che sembrava una basilica, si disse. Ma una basilica moderna, sovrastata da una terrazzaserra di mille metri quadrati, coperti da unaudace volta di acciaio e ghisa. Modeste, purtroppo, le prime mostre. Il vento della grande pittura ormai non soffiava più sullArno o sul Tevere, ma verso Montparnasse e Montmartre. Parigi era diventata, e sarà per lungo tempo ancora, grazie ai suoi pittori e mercanti, il grande palcoscenico dellarte moderna. Chi dirige il nostro nuovo Palazzo cerca di correre ai ripari, ospitando, dal 1913 al 1916 quattro edizioni della Esposizione Internazionale dArte della Secessione. Poi, finalmente, nel 1927 al nostro Palazzo verrà assegnato un compito preciso: dovrà ospitare e organizzare con cadenza quadriennale, una mostra di pittura e scultura italiana. È nata la Quadriennale, dotata di un importante finanziamento per premi e acquisti. La prima, sotto la direzione di Cipriano Efisio Oppo, verrà inaugurata il 3 gennaio del 1931. La Rotonda dellingresso ospitava un marmo di Arturo Dazzi. In una sala al pianterreno esponevano i futuristi Balla, Fillia, Dottori, Prampolini, in quella adiacente i "romani", da Mario Mafai a Scipione, da Donghi allesordiente Ziveri. Una curiosità: Benito Mussolini, lo stesso Oppo e i gerarchi che li accompagnano e che vengono fotografati sulla monumentale scalinata dellingresso, non indossano la divisa fascista, ma una redingote nera di ottimo taglio. E hanno la testa coperta da un borghesissimo cilindro. Della seconda Quadriennale, del 1935, ho un ricordo molto preciso, sia pure per motivi strettamente personali. A Mario Mafai, mio padre, era stata assegnata una intera sala nella quale espose una trentina di opere tra cui alcuni commoventi Fiori Secchi e la grande Lezione di piano, un quadro per il quale avevo posato. Una sala vicina era riservata al più grande amico di mio padre, Gino Bonichi, detto Scipione, uno straordinario pittore, morto due anni prima, logorato dalla tisi. E ancora nella Rotonda centrale del Palazzo erano esposti quattro grandi pannelli di un altro amico della famiglia, il giovanissimo Corrado Cagli che, ebreo, quattro anni dopo sarà costretto a lasciare Roma e rifugiarsi in America. Per me, insomma, quella Quadriennale del 1935, aveva un po unaria di casa. Molto amato e molto criticato dal pubblico romano e dagli artisti italiani, quel palazzo ha visto passare nelle sue sale gran parte della storia del nostro paese. Ha ospitato infatti non solo, come da compito istituzionale le successive Quadriennali, ma nel 1932, a celebrazione dei successi del Regime, una Mostra della Rivoluzione Fascista che vide impegnati i migliori architetti dellepoca e che venne visitata da oltre 200.000 persone. Non molti anni dopo, molte di quelle sale vennero occupate da centinaia di sfollati, che, sfuggiti ai bombardamenti dellentroterra, erano riusciti a rifugiarsi nella capitale. Alla fine della guerra, il Palazzo venne occupato dagli uffici annonari, mentre lEnte veniva posto sotto commissario. Finalmente, restaurato, poteva riprendere nei primi anni 50 la sua attività. Sottoposto nel corso degli anni a due importanti operazioni di restauro, il Palazzo delle Esposizioni è ancora lì, dove lo volle quel piemontese testardo che voleva fare di Roma un centro che reggesse il confronto con le altre capitali europee. E riapre ora con tre grandi mostre che vogliono sottolinearne la vocazione internazionale e interdisciplinare. La grande monografica su Rothko (di cui scrive qui sopra Fabrizio DAmico), la mostra di Mario Ceroli e quella dedicata a Stanley Kubrick che sarà per molti unassoluta sorpresa.