La nostra arte è strapazzata da troppi restauri, si ascoltano gli sponsor a caccia di nomi eclatanti invece che i bisogni delle opere, e poi restaurare è un po' uccidere pezzi di storia. Pertanto «chiediamo una sospensione di tutti i restauri ad eccezione di quelli a fini di mera conservazione. Una moratoria è necessaria». A far questa denuncia e invocare una pausa di riflessione, uno stop, sono stati mercoledì su Repubblica Salvatore Settis, presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, archeologo, direttore della Normale di Pisa, polemista, saggista, e Carlo Ginzburg, storico ma anche autore di un bel libro, Indagine su Piero dedicato a Piero della Francesca. Due nomi di peso, nelle arti soprattutto quello di Salvatore Settis, che quel mondo non può permettersi di ignorare. La folla di nudi michelangioleschi della Cappella Sistina in Vaticano, le donne, gli uomini e le battaglie dipinti ad affresco da Piero della Francesca ad Arezzo, i superbi giochi ottici e prospettici del Mantegna nella Camera degli sposi a Mantova, il Giotto degli Scrovegni e chissà quanti altri cicli su parete e dipinti: sono tutti vittime di un'ossessione per il restauro che fa notizia a scapito di opere meno note? L'Italia da 25 anni in qua rischia di far danni irreparabili all'arte che dice di curare? L'appello per una moratoria sui restauri firmato da Salvatore Settis e Carlo Ginzburg incontra dubbi, critiche e prese di distanza almeno da quattro persone con titoli, esperienza e serietà per dire la loro: Pietro C. Marani, oggi docente, che seguì l'intervento sul Cenacolo di Leonardo da Vinci come direttore della soprintendenza milanese e condirettore del restauro; Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino dopo aver guidato quel centro di restauro che è l'Opificio delle pietre dure di Firenze; Antonio Natali, direttore degli Uffizi, il quale ha coordinato 350 interventi in 27 anni di funzionario in forze al museo fiorentino; Gianluigi Colalucci, con oltre mezzo secolo di lavori nelle mani e negli occhi, restauratore già allievo di Brandi, responsabile dell'intervento sulla Sistina. Il loro messaggio, ridotto all'osso, è: Settis e Ginzburg sbagliano, la moratoria provocherebbe solo guasti. Sintetizziamo la prima questione: si mette mano a opere eclatanti perché per loro lo sponsor apre la borsa, per altre al contrario c'è colpevole disattenzione.«Trovo la polemica un po' generica e in ritardo - afferma Marani - Perché farla? Con i pochi soldi disponibili le soprintendenze fanno salti mortali proprio per intervenire sui minori. Gli sponsor servono. Che poi preferiscano finanziare interventi famosi è sempre stato così e sempre sarà. È a discernimento di soprintendenti e ministero accettare quali restauri avviare. E grandi interventi come quello alla Cappella Sistina nacquero da motivazioni conservative, non perché i giapponesi ci misero soldi. A maggior ragione il Cenacolo di Leonardo: era urgentissimo fermare il degrado e il distacco della pittura e per i primi 4 anni pagò lo Stato, non c'erano neanche sponsor». «Una moratoria non ha senso, vorrebbe dire che lo Stato non spende più. Il restauro oggi è abbastanza sicuro e di alto livello - osserva Colalucci - Chiaramente il privato vuole opere di nome, ma non decide niente, non è un mercato allo sbando. E la manutenzione? Sacrosanto, lo dicono tutti». Qui l'affanno c'è perché siamo il Paese delle emergenze dove si fatica per dare risorse alla gestione ordinaria. Per questo i privati servono. Tuttavia il tasto suonato da Settis e Ginzburg rinfocola una polemica: Michelangelo alla Sistina è stato ripulito e ravvivato nei colori per compiacere i giapponesi? «Abbiamo ripetuto più volte, lo ripeto ora, e mi meraviglia e mi delude molto aver letto la presa di posizione su quel restauro firmata da uno studioso come Settis: i lavori, durati dall'80 al '94, erano iniziati d'ufficio, i giapponesi misero soldi in seconda battuta e per i diritti delle immagini nel mondo, per le riprese cinematografiche. Non per avviare l'intervento». «Non è vero, come qualcuno ha riportato, che sono d'accordo con Settis e Ginzburg - puntualizza Cristina Acidini - Intanto il tono: la parola "moratoria" si usa per la pena di morte, qui mi pare sopra le righe. Se il desiderio di una pausa di riflessione può venire, ritengo che l'attività vada mantenuta». Però i privati manifestano generosità solo verso artisti o pezzi celeberrimi mentre sono tirchi con il resto? «No. Ci sarà chi si intestardisce, poi chiedono qualcosa di prestigioso, ma sono gestibili. Ad esempio molte banche finanziano operazioni oscure». Già: curare affreschi è faccenda lunga, dispendiosa e delicata, per Piero ad Arezzo lo Stato e una banca pagarono anni di studi, ricerche scientifiche all'avanguardia, ristrutturazioni all'edificio nel quale colava acqua sulle scene della Leggenda della Vera Croce. Ma per i quadri forse il problema del trovare sponsor è più lampante? Chi sgancia euro per un dipinto del Barocci quando, per un Raffaello, gli offerenti abbonderebbero? «Il problema esiste, ciononostante sta al direttore del museo scegliere in base alle necessità di conservazione dell'opera. Come Uffizi - commenta Natali siamo ovviamente privilegiati, il nome è una garanzia, eppure abbiamo fatto restaurare con soldi privati un Dosso Dossi, una grande tavola del Cigoli, un quadro di Johann Loth, e ditemi voi se sono nomi ambiti». Altro allarme lanciato da Settis e Ginzburg: restaurare equivale a cancellare per sempre brani di storia, annichilire patine e quant'altro abbia lasciato il naturale scorrere dei secoli. Di nuovo Marani: «Ah sì? Il Cristo nel Cenacolo prima del restauro era una falsificazione del '700 e siccome eravamo abituati al falso dovevamo tenercelo? Ogni intervento è un atto critico di un'epoca, come, sia chiaro, lo è anche la scelta di non intervenire». «Contesto che si debba sospendere i restauri perché sono un'operazione critica - nota Natali, il direttore degli Uffizi - Rifiutare interventi spettacolari solo perché spettacolari è giusto ed evidente. Pensare che in una stagione successiva, futura, si possa raggiungere un'obiettività non suscettibile di umani errori di valutazione, invece no, non è giusto. Il rischio di oggi ci sarà anche domani. L'importante è che non sia fatto niente di irreversibile, che le indagini scientifiche attestino cos'è una sovrimmissione successiva all'autore. Però, scusate, quando su un dipinto c'è la cacca delle mosche o polvere solidificata da secoli, dobbiamo toglierle». Concorda con Natali Cristina Acidini: «Come la mettiamo con residui pericolosi sulle superfici pittoriche?». Concorda con loro Colalucci: «A noi le opere arrivano dopo aver attraversato secoli, interventi, non ci arrivano vergini: non condivido quanto sostiene Settis con Ginzburg, sulla storia da preservare». Infine Natali suggerisce di restituire a Cesare quel che è di Cesare. «Mi sembra, che le motivazioni espresse da Settis e Ginszburg non siano troppo diverse da quelle che manifestava James Beck». Beck era lo storico dell'arte americano scagliatosi contro tantissimi interventi, a partire da quello sulla scultura di Ilaria del Carretto a Lucca.«Beck mi ha spesso criticato però ci rispettavamo. Eppure lui ha avuto un altro trattamento mediatico»
l'Unità
5 Ottobre 2007
✓ Entità verificate
RESTAURI - Troppi sponsor, interventi eclatanti e cancellazione della storia
ST
Stefano Miliani
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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