Che Roma sia una città a parte, inerte e fondamentalmente ostile, quando si tratta di realizzare un'opera di architettura schiettamente moderna è un problema ormai noto a tutti, una specie di deficit di cultura e prassi della modernità che tendiamo a considerare congenito atta storia stessa della città. La novità ultima, però, è che adesso la polemica infuria anche all'interno delle file degli architetti e degli innovatori, divisi una prima volta sulla questione della nuova Ara Pacis e ora ancora divisi sul progetto di ampliamento della Gnam, la Galleria nazionale di arte moderna di Valle Giulia, e sull'opportunità di demolire, per realizzarlo, ciò che resta del precedente intervento di Luigi Cosenza, uno dei maestri del razionalismo italiano. I fatti sono abbastanza noti e risalgono a quasi cinquant' anni fa. Negli anni sessanta infatti Palma Bucarelli, su suggerimento di Argan, affida a Cosenza la realizzazione dell'ampliamento «urgente» della galleria realizzata da Bazzani nel 1911, ormai insufficiente e poco adatta alle nuove esigenze espositive. L'incarico è travagliato: Cosenza negli anni settanta consegna un progetto che verrà poi completato, rimaneggiato e in buona parte alterato, solo dopo la morte dell'autore. Iniziata solo nel 1973, aperta nel 1988, l'ala Cosenza ha mostrato presto i limiti di una struttura troppo in ritardo rispetto alla qualità e alla quantità delle nuove esigenze della Gnam ed ha smesso di funzionare all'inizio nel 1995, dopo un tentativo di «riabilitazione» dello spazio interno da parte di Costantino Dardi. Poco meno di dieci anni fa, quindi, si può dire che sono tutti d'accordo con la necessità di un intervento. Infatti nessuno degli architetti e artisti romani coinvolti in una mostra - laboratorio organizzata da Francesco Moschini nel 1997 («Partito preso architettura»), declina l'invito, anche se più di uno dei partecipanti sceglie di non demolire e tenta di inglobare ciò che resta dell'ala Cosenza nella propria proposta di progetto. Al ballon d'essai di Moschini segue un concorso internazionale aperto, bandito nel 1999, regolarmente espletato e regolarmente vinto - la giuria vota all'unanimità - da Roger Diener, architetto svizzero di buona filma internazionale. Il progetto, scelto tra le otto proposte selezionate per la fase finale, propone la demolizione della struttura precedente e la costruzione di un nuovo e più razionale volume, semplice e pratico. All'indomani della conclusione del concorso non si registrano grandi polemiche, semmai c'è chi accusa Diener di aver proposto una soluzione architettonica fin troppo controllata e understated, insensibile alle esigenze dell'architettura - spettacolo dei musei contemporanei. Nel frattempo il programma procede, con le difficoltà che incontra ogni opera moderna da realizzare nella Roma «centrale», però alla fine sembra arrivare a buon fine in tempi di tutto rispetto: tutte le autorizzazioni sono concesse, i soldi (25 milioni di euro) ci sono, lo studio Diener ha completato i disegni esecutivi. In estate la soprintendente Pinto, direttrice della Gnam e responsabile del procedimento, annuncia a breve l'apertura del cantiere. A questo punto, inevitabilmente, si scatena una polemica feroce che vede quasi tutti i guru della cultura architettonica romana - Portoghesi, Nicolini, Purini e l'irriducibile Muratore in testa - schierati contro il progetto Diener e soprattutto contro la demolizione del «rudere» di Cosenza. Dall'altra parte Sandra Pinto, che difende con vigore il suo operato e protesta contro il tipico uso «postumo» e scorretto delle citazioni di Argan, Francesco Garofalo, architetto e docente romano che ha seguito l'iter del concorso, e altri cauti sostenitori della necessità di costruire il nuovo edificio, convinti ma comunque abbastanza tiepidi anche perché la sconfitta nel concorso brucia a tutti. Non è detto che ci sia bisogno di prendere una posizione netta nella discussione. Si può però cercare di chiarire alcuni punti su cui in questi giorni si è fatta davvero troppa contusione e altrettanta demagogia. La prima cosa da chiarire è che ciò che è stato realizzato, male e postumo, del progetto di Cosenza per Gnam non rappresenta uno dei migliori prodotti del maestro del razionalismo napoletano né uno dei capolavori dell'architettura moderna a Roma. Nella capitale non sono pochi i grandi «monumenti» del moderno, dalle poste di Libera e Ridolfi ai lavori di Moretti a molte altre opere di cui la città è ben consapevole e per i quali nessuno si sognerebbe di proporre un programma di demolizione e ricostruzione. L'ampliamento pensato da Cosenza, e stravolto nel suo lungo iter, è giunto a noi come uno scatolone piuttosto anonimo e incolore che non è mai entrato, certo non per colpa di Cosenza, nei percorsi di visita degli appassionati di architettura moderna. Il secondo punto ha a che fare con il rispetto delle procedure. Sia nel caso dell'Ara Pacis, attribuita a Meier da Rutelli per incarico diretto, che in quello della Gnam si poteva benissimo obiettare sulle scelte procedurali della committenza, sull'impostazione del concorso, sulla composizione della giuria eccetera. Ma tutto questo andava ovviamente fatto prima dello svolgimento del concorso, mobilitando tutte le forze che si riuscivano a mobilitare. Una volta espletato - come nel caso del progetto della Hadid per via Guido Reni - credo che dovremmo tutti batterci per realizzare prima possibile il progetto uscito vincitore, per dare all'architettura contemporanea una chance in più nella costruzione dell'immagine della Roma contemporanea, per costituire quanti più precedenti nel campo dei progetti belli e moderni nella città. Si ha cioè l'impressione che gli architetti che si battono per bloccare un progetto ormai avviato, come è successo per l'Ara Pacis e come sta succedendo per la Gnam, finiscano inevitabilmente per danneggiare se stessi, irrobustire le file dei nemici tout court del moderno, creare precedenti pericolosissimi. II terzo e ultimo punto da rilevare è la significativa latitanza degli storici romani - che dovrebbero essere gli osservatori più disinteressati - dalla discussione. Il fatto che tutti i massimi difensori dell'ala Cosenza siano architetti progettisti a parte l'ovvio Muratore, in genere contrario per partito preso a tutti i programmi di architettura nuova in atto nella capitale, finisce inevitabilmente per indebolire la loro posizione, anche a prescindere dall'evidente buona fede della maggior parte di loro. Alla committenza si può invece addebitare di aver fomentato la confusione con l'iniziativa poco chiara della mostra di Moschini del '97, proprio nel momento in cui necessitava la massima chiarezza nei programmi e nelle scelte. Poi di aver lasciato un qualche margine di ambiguità sulla possibilità o meno di demolire l'ala Cosenza nel bando di concorso. Infine si può discutere se il progetto Diener ci piace di più o di meno degli altri mille musei che si costruiscono quotidianamente, e senza polemiche, nelle altre città del mondo. Ma proprio per poter dar corpo e senso a questa discussione la cosa migliore è costruire presto e bene il progetto uscito vincitore dal concorso, ricordando magari che non sarebbe male se anche qualche architetto italiano di qualità colto avesse l'occasione per partecipare direttamente alla rinascita dell'architettura italiana.