In piazza Meda, al centro di un'aiuola, svettava il "Grande disco" di Arnaldo Pomodoro. La sponda della darsena lungo via D'Annunzio l'avevano asfaltata senza tanti complimenti. In piazza XXV Aprile, davanti allo Smeraldo e intorno all'arco di Porta Garibaldi, c'era semplicemente la città. Andava benissimo così. Adesso questi sono siti archeologici, preziosi quanto intoccabili. Perché diventassero tali, abbiamo tuttavia dovuto attendere che cominciassero i lavori per la costruzione di parcheggi sotterranei. Mettiamo pure in conto che il senso comune è una categoria estranea alla pubblica amministrazione, regolata da un groviglio di norme cervellotiche e comunque lacunose, ma lorsignori ci potevano pensare prima. Che là sotto ci fossero i resti delle mura spagnole lo si sapeva, così com'era da mettere in conto la possibilità di reperire più antiche vestigia, risalenti alla Milano romana. Dei reperti venuti alla luce si conosceva insomma l'esistenza: se sono tanto importanti, c'è da domandarsi come mai a nessuno sia venuto in mente di condurre una campagna di scavi quando lo si poteva fare senza problema alcuno. La Soprintendenza non ha per questo mai tirato la giacca a sindaca e assessori; la Milano dei mille comitati non se ne è mai interessata; di tutte le proposte per ridisegnare lo spazio urbano, nessuna ha mai riguardato le antichità. Dove sono in bella mostra, come in via Brisa o dietro via De Amicis, attirano quasi esclusivamente l'attenzione dei topi, mentre turisti e milanesi le ignorano in egual misura. Unica eccezione, che conferma la regola: nell'estate del 2006, avevano messo a soqquadro via Paleocapa per studiare i resti di fortificazioni rinascimentali. Hanno ricoperto tutto e buona notte. Il problema dell'archeologia, come si sa, è sapere dove fermarsi: alla darsena, per esempio, sarebbe stato meglio lasciare la gru sironiana e i mucchi di sabbia. Avrebbero reso una testimonianza del passato assai più efficace delle tristi rovine - ad usum panteganae - che ci sono adesso.