Mi permette di fare l'avvocato del diavolo?». Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, studioso di Giorgione e della cultura greca, premio Federico Zeri per il suo anticonformismo e la sua competenza artistica, non fa una piega. «È il benvenuto», dice sorridendo. «A me piace confrontarmi sulle idee». Il fatto è che l'ultimo libro del professore non è un saggio di storia dell'arte, ma un pamphlet, Italia Spa. L'assalto al patrimonio culturale (Einaudi, pagg. 149, euro 9), che partendo dalla Finanziaria e dalla legge Tremonti dello scorso anno relativa alla possibile alienazione del patrimonio dello Stato, ivi compreso quello culturale, si dipana come una pungente e appassionata difesa della cultura della conservazione in Italia: «La più ricca e la più avanzata nel mondo», grazie anche a una «forte, marcata, prioritaria attenzione dello Stato verso il patrimonio culturale, inteso come proprietà di tutti i cittadini». Il fatto è che secondo il professore la nostra identità nazionale, la consapevolezza dell'unità e dell'unicità del nostro patrimonio è data dal comporsi in un tutto di monumenti, musei, bellezze naturali. E infatti, «come nessun Paese al mondo e prima di ogni altro Paese al mondo, l'Italia ha avuto la coscienza del legame profondo fra la propria storia culturale e il proprio futuro». Di modo che, per quanto ci possano essere state distruzioni e dispersioni di luoghi, edifici e opere esse sono state «largamente arginate da un'abitudine culturale e giuridica a quella che si può chiamare la conservazione identitaria dell'arte». Il fatto è che chiuso il libro del professore tu rimani entusiasta delle capacità che lo Stato e gli italiani hanno avuto nel difendere la bellezza che li circondava e li circonda. Poi però percorri una costa, giri per una periferia, entri in un museo e ti fanno compagnia gli stupri del paesaggio perpetuati e perpetrati, il culto ossessivo del cemento che li ha accompagnati, il trionfo della bruttezza, dell'orrore, che hanno fatto corona, lo smarrimento della bellezza, del significato, del gusto dell'estetica, la sciatteria, il burocratico abbandono in cui versano i luoghi deputati alla raccolta e all'esposizione del nostro patrimonio artistico. E hai l'impressione di un Paese che per un delirio distruttore e masochista sembra quasi condannato a scontare ciò che la natura gli diede e la sua storia arricchì, come fosse colpevole del reato di manifesta armonia, di senso delle proporzioni, di quello che Henry James definì, nei suoi abitanti, «una sorta di tatto naturale e semplice». Il fatto è, però, che io e il professor Settis viviamo nella stessa nazione. C'è qualcosa che non torna. E vorreicapire cos'è. Senta professore, senza andare troppo lontano, l'Italia umbertina della fine dell'Ottocento aveva un suo stile architettonico, un suo segno caratteristico e lo stesso discorso vale per quella fascista. Dell'Italia della ricostruzione, del boom, del tenore di vita europeo, si può dire altrettanto? «No, purtroppo no. Il tumultuoso rinascere dell'Italia non si è svolto con un'attenzione alla qualità, nessuno si è posto questo problema. E così il livello medio di quest'ultima è drammaticamente scaduto. Se lei pensa che soltanto adesso un ministro dei Beni culturali ha pensato di fare una legge sulla qualità architettonica capisce quanto tempo si sia perso. Questa di Urbani è una buona idea». Cesp e Zen di Palermo, il Corviale di Roma. Tre modelli di periferia che lo storico inglese Paul Ginsborg ha definito «l'esempio estremo dell'atomizzazione, dell'alienazione e dell'isolamento che hanno caratterizzato la costruzione di case popolari nell'Italia contemporanea». Cosa c'era dietro quei progetti? «Una svendita delle utopie e un'utopia stracciona. Rispetto al falansterio, ai grandi quartieri popolari c'è stata un'accelerazione di tempo. Invece di far emigrare il cafone calabrese, io sono calabrese, in Argentina, si pensò che potesse emigrare in periferia. Il modello su cui ci si mosse era quello: qualsiasi casa gli si fosse data, si pensava, sarebbe stata meglio di quella dove viveva. Lei capisce che in quest'ottica stracciona, che comunque coinvolse tutte le forze politiche, gli spazi di manovra erano già segnati. E nessuno si rese conto, o volle rendersi conto, che così si feriva il paesaggio, le città, l'anima di un popolo». Sempre Ginsborg ha scritto che «dal 1950 al 1980 si verificarono mutamenti catastrofici nel paesaggio urbano e rurale della penisola. Fu allora che gli Italiani si guadagnarono la fama di essere incapaci di proteggere i propri tesori naturali e artistici». Perché avvenne tutto questo? «Per incapacità politica. Dal vertice alla periferia, con le amministrazioni locali impegnate ad assecondare tutto nel loro elettorato. L'andazzo generale, purtroppo, è stato questo: consentire alla gente il diritto al benessere senza nessun dovere. Si facevano costruire le case sulla spiaggia per paura di perdere voti. E, naturalmente, ogni scempio giustificava e giustifica lo scempio successivo. Quando ero giovane a Palmi c'era una spiaggia intatta e bellissima, la Tonnara. Oggi lì ci trovi persino una dacia russa... Tutto è illegale e tutto è abusivo». Forse abbiamo avuto una classe politica ma non una classe dirigente... «No, direi che c'è stata anche quest'ultima, ma a pelle di leopardo, sparsa sul territorio. Veda, per restare al settore specifico della sovrintendenza, ci sono degli elementi caratterizzanti che hanno impedito alla classe dirigente di operare. Il primo è che la classe politica non aveva cultura, l'altro è che negli anni le sovrintendenze sono state impoverite, svuotate, impossibilitate al ricambio. Oggi l'età media di un sovrintendente è sopra i cinquant'anni, negli ultimi venti anni nel campo dell'archeologia ci sono state 11 assunzioni... Con queste cifre è chiaro che va tutto all'aria. E, badi bene, non è stata una scelta ragionata. Il dramma è che nessuno dei governi che si sono succeduti ha pensato che bisognasse porvi rimedio. Non se ne sono accorti, semplicemente». Torniamo al discorso Iniziale. Per secoli e secoli abbiamo avuto una tradizione ininterrotta di civiltà urbana. Continuiamo a esportare stilisti e designer. Perché allora, per dirla con Saverio Vertone, da quarant'annl a questa parte «costruiamo le case più brutte in assoluto che si possono vedere in Europa?». «È il prodotto negativo di un fatto positivo, la crescita economica. Eravamo un paese povero la cui grande ricchezza culturale era protetta proprio dalla povertà. Quel poco che si costruiva era fatto con la maestria dei pochi che costruivano. Se uno prende le case coloniche degli anni Venti, Trenta, Quaranta, vede che dietro ci sono gli stessi parametri immutabili. La velocità economica ha sconvolto tutto questo: i progetti arrivavano a pioggia, all'aumento della domanda corrispondeva un calo di qualità nella risposta. Peggio di noi c'è la Grecia, ad Atene tu passi dal Partenone all'orrore». Lei ha scritto che «per una sorta di meccanismo di mutamento culturale (o forse antropologico) i nostri ministri del Beni culturali si comportano come i peggiori nemici del patrimonio che dovrebbero amministrare». Immagino che il ministro Urbani sia rimasto contento... «Era una provocazione e il ministro, intelligentemente, l'ha accolta come tale. Mi ha telefonato, ci siamo incontrati, ci teniamo in contatto. Dietro la provocazione, però, c'è una realtà: da quando il ministero è nato, nel 1974, lo si è sempre più marginalizzato. Tant'è vero che veniva dato in quota a partiti che non contavano e a persone che non avevano motivazioni per occuparsene. Ci fu un'inversione di tendenza con il governo Prodi, quando Veltroni, che era vicepremier, assunse anche quel dicastero e lo rese più importante perché ci mise dentro lo sport e lo spettacolo. Così facendo, però, sottolineò quello che già si sapeva: i Beni culturali, di per sé, non erano appetibili. E tali, poi, sono rimasti. Questa marginalizzazione è stata vissuta ed è vissuta male dal nostro patrimonio, che ha ferite che durano ancora. È su questo punto che occorre riflettere e mettere mano. Prima che sia troppo tardi». Mi dia pure del provinciale, ma a me sembra che all'estero ci sia un'attenzione e un rispetto per la cosa pubblica, parchi, ville, giardini, che da noi manca. «Ma no, non è una questione di provincialismo. È che gli inglesi conservano benissimo le 500 ville che sono loro rimaste delle 1.500 che avevano all'inizio del Novecento. Non andate in rovina, ma demolite dai proprietari, o per problemi economici, o per farsene una più "moderna". Non c'era una legge che lo impedisse, capisce. L'hanno fatta solo nel 1968. Da noi una cosa del genere sarebbe stata impensabile. Il rovescio della medaglia è che ne abbiamo talmente tante che se qualcuna va in malora pensiamo che comunque ne restano a sufficienza... È l'incuria media, insomma, a essere più alta, ma complessivamente se ci paragoniamo ad altre nazioni, non ne usciamo male proprio perché abbiamo alle spalle quel discorso identitario plurisecolare di cui parlo nel mio libro. Perché, veda, l'Italia non è nata cinquant'anni fa» Per fortuna.