Com'era prevedibile, l'«evento» impressionante della riproduzione delle Nozze di Cana di Paolo Veronese , effettuata con prelibate raffinatezze tecnologiche, ha acceso un dibattito sul rapporto tra il dipinto originale , conservato al Louvre, e la copia (eseguita da una cerchia di specialisti capeggiati da Adam Lowe) ora esposta (per iniziativa della Fondazione Cini) nel refettorio palladiano dei Benedettini all'isola di San Giorgio. Dal 1936, quando Walter Benjamin pubblicò il saggio famoso su L'Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (Einaudi), il gusto del riprodurre si è sviluppato enormemente, sollecitato dalle esigenze quasi incontenibili della società tecnologica, sempre più avida di acquisizioni e perfezionamenti sensazionali, graditi al pubblico odierno incline alla «ricezione nelle distrazione» (Benjamin) . Nel caso specifico delle Nozze veronesiane, il punto essenziale riguarda l'effettivo risultato raggiunto dall'impegno riproduttivo. E pone la domanda se rientri nella specie delle riproduzioni approssimative, più o meno verosimiglianti, o se abbia conseguito esiti così perfetti (aldilà della verosimiglianza, che è solo «una parte della certezza possibile») da risultare identici a quelli percepibili nell'opera originale. In quest'ultima le figure, con le loro specifiche proprietà visive, formano un insieme in cui «nessun tratto può essere trascurato come contingente, nessuna deviazione come insignificante». ( N. Goodman). Ecco allora la domanda cruciale: la riproduzione è un perfetto doppio dell'originale o una elaboratissima approssimazione che riesce a specchiare solo in parte la vera fisionomia sensuosa del capolavoro veronesiano con tutte le sue particolari microstrutture cromatiche e materiche? UNA RISPOSTA soddisfacente al dilemma non si è ancora sentita. Salvatore Settis, rinomatissimo storico dell'arte, ha scritto che il risultato raggiunto è uno spettacolare «fac-simile» che «in qualche modo» ricorda lo «stato originale del dipinto» come «un'approssimazione molto interessante». Ma l'argomentazione più convincente sarà raggiunta solo se (come prescrive la metodologia della «critica delle varianti») si farà un confronto diretto (e non a distanza) tra le Nozze al Louvre e quelle ora esposte a Venezia per verificare se queste ultime hanno (come direbbe Eco) le stesse «proprietà semiotiche» di quelle originali . Per ora si è provveduto soltanto a rilevare, sull'onda della pubblicità infrenabile, «l'originalità della riproduzione». Che è costata circa 100mila euro. E rende meno probabile il ritorno a Venezia del capolavoro, promesso e non mantenuto da André Malraux , quando era al potere culturale negli anni Sessanta. G. L V.