«Bisogna far quadrato Intorno al ministro Urbani. Questa è l'ultima battaglia: persa questa inizierebbe una deriva inarrestabile». Le parole di Antonio Paolucci, predecessore di Urbani nel ruolo di ministro per i Beni culturali e attualmente sovrintendente per la Toscana e per il Polo museale di Firenze, sembrano ben riassumere la posizione di sovrintendenti e tecnici a proposito dell'emendamento Tarolli che accompagna la Finanziaria 2004. Emendamento che prevederebbe il silenzio-assenso delle Sovrintendenze in materia di vendita di immobili pubblici di pregio. E che per qualcuno, dopo la dismissione di forti e caserme, potrebbe portare addirittura (come tappa successiva) alla svendita dei «depositi» dei musei. Prosegue Paolucci: «Noi funzionari di lungo corso, che abbiamo conosciuto sul campo l'Italia delle Sovrintendenze, siamo spaventati dalla prospettiva del silenzio-assenso. Perché le nostre sono strutture fragili di uomini e di mezzi, sono strutture che definirei quasi trasparenti, che non hanno la capacità di occuparsi di un patrimonio che in molti casi non è stato neppure adeguatamente studiato. Per una catalogazione aggiornata ci sarebbe bisogno di mezzi e di personale mentre quelle Sovrintendenze che avrebbero le possibilità materiali per occuparsene (quelle dei poli museali di Venezia, Firenze, Roma e Napoli) non hanno da tempo più potere in materia». La situazione più rischiosa: «Al Nord, dove nessuno vuol farsi trasferire perché la vita è troppo cara». Altrettanto categorico il sovrintendente al polo museale di Napoli, Nicola Spinosa: «Il nostro è un patrimonio che non può venir calcolato in numero di settimane o in giorni. Il silenzio-assenso? Un assurdo o meglio un assenso quasi certo. Perché non tiene conto della debolezza degli organici, della confusione nella catalogazione, della vastità del nostro territorio». Spinosa ribadisce: «Le uniche strutture che potrebbero decidere (ovvero i poli museali) sono state di fatto private di ogni potere». E conclude: «Urbani si sta muovendo bene ma, in qualche modo, subisce gli effetti di chi ha da sempre considerato quello per i Beni culturali come il "fratellino minore" tra tutti i nostri ministeri». Claudio Strinati, sovrintendente per i beni artistici e storici di Roma, definisce il silenzio-assenso «un pericolo prima di tutto per motivi tecnici perché nell'attuale assetto non garantisce né gli strumenti né i tempi per decidere, rischiando errori di valutazione». Strinati parla anche di motivi che definisce «culturali»: «Non è possibile che in uno stesso governo ci sia da una parte un ministro come Urbani che sta cercando di rinnovare il suo dicastero in modo serio e onesto, dall'altra chi propone emendamenti che vanno contro le scelte dello stesso Urbani». Il governo deve per Strinati «adattarsi alle scelte del ministro anche perché un bene culturale non può essere svenduto soltanto perché le "carte" sono arrivate in ritardo». Paolo Scalpellini, sovrintendente regionale della Sardegna, parla «di uno strumento forte ma anche pericoloso. E come tutti gli strumenti, il silenzio-assenso può essere buono o cattivo: In questo caso, purtroppo, non sono stati considerati i rischi legati alle centinaia di richieste che ci arrivano». Gianni Bulian, sovrintendente di Siena, definisce il silenzio-assenso «un vero e proprio boomerang. In particolare nel caso di carceri, di caserme e di tutti quegli edifici per cui sono necessari sopralluoghi approfonditi. Noi, nel nostro piccolo, siamo riusciti a intervenire ma c'è voluto tutto il nostro impegno». La posizione del ministro? «Chiaramente suggerita da una realtà di base». Infine, Maria Teresa Fiorio, sovrintendente a Milano: «Sono solidale con Urbani e con la sua "condanna" del silenzio-assenso, che rischia di diventare, per forza, un assenso: siamo costantemente sotto organico tanto che (ad esempio) non riusciamo a evadere le richieste per l'esportazione. Ma, d'altra parte, non sarebbe neppure giusto negare "per principio" l'assenso alla dismissione».