Protesta, una volta tanto, il titolare dei Beni culturali, Urbani, a ciò costretto dall'opposizione. Minaccia ritorsioni (sul condono) quello dell'Ambiente, Matteoli. Lo stesso Giovanardi (Rapporti col Parlamento) alza l'indice accusatore. Un po' più bonario e però indispettito Buttiglione (Politiche Comunitarie): l'emendamento è pur sempre di un Ministero. Non del governo. Contro chi e contro che cosa si dirige tanto strepito? Ma contro il relatore di maggioranza al decretone, sen. Ivo Tarolli (Udc), il quale ha osato presentare l'emendamento in base al quale scatta il silenzioassenso alla vendita, qualora le Soprintendenze non rispondano entro 60 giorni al quesito se un certo palazzo storico o altro immobile di proprietà pubblica (comprensivo di quadri e statue) siano oppure no di particolare valore. In realtà l'emendamento rende dichiaratamente esplicito ciò che il decretone già stabiliva all'art.27. Cosa volete che possano rispondere entro poche settimane Soprintendenze - come quella ligure - dove ad ognuno dei 9 tecnici toccano già oggi (e la Liguria non è un'eccezione) circa 2 mila pratiche l'anno, cioè 8 per giorno lavorativo? Il silenzioassenso è dunque pienamente nella logica del decretone. Chi ha ispirato l'emendamento Tarolli è l'unico che tace, ma è pure il ministro che conta di più, vale a dire Giulio Tremonti. Il quale ha un dannato bisogno di fare cassa: con la vendita dei beni culturali demaniali, col condono, con quel che capita a tiro. Purché renda, frutti. Al più presto. Il ministro Giovanardi ha ribadito lunedì il principio in base al quale "per tutte le proposte emendative è necessario acquisire preventivamente" una serie di pareri, in primo luogo quello del ministro dell' Economia. Ma non è proprio lui l'ispiratore di Tarolli? Il quale non è un senatore qualunque bensì il relatore di maggioranza al decretone. Anche ieri infatti il senatore dell'Udc - dopo aver visto Tremonti - ha ribadito chiaramente che è indispensabile dare alle Soprintendenze un termine ultimo entro il quale rispondere. "Se non si vogliono i sessanta giorni, si faccia novanta o centoventi, ma, dopo un tempo congruo, le Soprintendenze devono rispondere", ha riconfermato puntigliosamente. Se non risponderanno, scatterà il silenzio assenso. Anche il condono è entrato nei colloqui Tremonti -Tarolli: si cerca di renderlo un po' più "stretto". Restrizione gradita ad An la quale vorrebbe un condono "compatibile con l'ambiente" (come? E chi lo si sa?). Basterà? È difficile crederlo. La "guerra" in atto fra i ministri e fra i partiti sembra appena all'inizio su questi temi delicatissimi. Il decretone infatti propone per la prima volta nella storia d'Italia un silenzioassenso sui beni culturali pubblici e per la prima volta il condono consente di sanare abusi commessi, per una parte, su aree demaniali. Sono autentiche mazzate sulla tradizione legislativa italiana, sulle sue leggi di tutela, da Pio VII a Giolitti, a Croce, a Bottai, fino a noi. "Il filtro delle Soprintendenze in caso di dismissione", osserva il senatore verde Sauro Turroni, architetto, uno dei più competenti in queste materie, "è, fra l'altro, un pezzo del nuovo Codice dei beni culturali, attualmente alla Conferenza Stato - Regioni. Bene, lo prendono di peso e lo sbattono col silenzioassenso nel decretone. Anche per un ministro solitamente silenzioso come Urbani è davvero troppo. Ma nel decretone, disgraziatamente, ci sono altre nefandezze, altre insidie". Vediamole insieme. L'articolo 26 è, assieme al 29, quello dove c'è più "polpa", dove si possono fare più denari. Riguarda, fra l'altro, gli immobili pubblici vendibili. Ebbene, secondo Tarolli, per quelli "di uso turistico", sempre in funzione "del perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica in funzione del patto di stabilità e crescita" (cioè per fare cassa, disperatamente), si propone che l'Agenzia del Demanio con decreto ministeriale possa "vendere a trattativa privata, anche in blocco, beni immobili dello Stato a Sviluppo Italia". Interi tratti di costa o di spiaggia (le ex Colonie marine) potranno venire rapidamente privatizzati e non meno rapidamente utilizzati in senso speculativo. Combinato col condono sulle aree demaniali diventa un cocktail mortale per quanto sopravvive del Bel Paese. Non meno disastroso, per altri, punti di vista, appare l'articolo 29 con gli emendamenti proposti dal centrodestra. Esso disciplina la dismissione di beni immobili dello Stato attualmente adibiti ad uffici pubblici. Fin qui - un esempio fra i più vistosi è quello degli ospedali del Lazio - si è provveduto a venderli o ad ipotecarli lasciandovi in affitto gli odierni occupanti. Non sarà più così. Quei palazzi, stavolta, verranno alienati, gli Enti locali non potranno esercitare su di essi alcuna prelazione e dunque quegli uffici statali se ne dovranno proprio andare. Dove? Presumibilmente in zone periferiche, dove costa di meno, ci siano o no collegamenti pubblici utili: con tanti saluti alla pianificazione urbanistica comunale e, naturalmente, all'interesse degli utenti. Cosa non si farebbe pur di raccattare euro un po' dovunque vendendo il patrimonio immobiliare (e anche mobiliare) dello Stato per turare le falle di una finanziaria messa su da uno Stato straccione. Già le varie cartolarizzazioni hanno stravolto il panorama degli affitti, soprattutto nei centri storici o nelle città soltanto vecchie accelerando l'espulsione ulteriore dei soggetti meno forti. Di qui in avanti, sempre grazie a Tremonti e Berlusconi, rinomato immobiliarista, andrà anche peggio.