ROMA - Forse si potrebbe ripartire da lì, da quell'elenco di 119 beni statali che l'allora ministero del Tesoro aveva, nel marzo Duemila, ritenuto alienabili. In quella lista c'era un po' di tutto: a iniziare dal Foro Italico, passando per l'ex castello dei Duchi di Genova ad Agliè (Torino), proseguendo per l'ex stabilimento salifero di Cornacchie (Ferrara), per arrivare al castello Orsini di Soriano del Cimino (Viterbo), e,ancora più giù nella Penisola al Palazzo Bagnare (Napoli), per spingersi fino alle casermette militari di Guspini (Cagliari), Quell'elenco passò poi nelle mani del ministero dei Beni culturali, che tagliò la lista, individuando 66 immobili di pregio, 16 dei quali dovevano rimanere assolutamente sotto la tutela statale e indicando per altri un supplemento di istruttoria. Per gran parte quell'operazione si è fermata tra gli inghippi burocratici e i ricorsi alla giustizia amministrativa. Quella ricognizione effettuata tre anni fa è rimasta, per quanto parziale, la più aggiornata. Altri censimenti del genere sono stati effettuati nel corso dell'ultimo decennio, fin da quando si mise in piedi l'operazione Immobiliare Italia, che intendeva mettere sul mercato 7mila beni, alcuni dei quali di valore storico e paesaggistico. Ma anche quel progetto si risolse con un nulla di fatto. Non esiste, dunque, una mappa completa dei beni di cui lo Stato e gli Enti locali possono potenzialmente disfarsi. Ed è, pertanto, da lì che si deve partire se si vuole mettere in pratica quanto previsto nel decretone collegato alla Finanziaria. Con tutti i rischi del caso. Rischi che l'emendamento presentato da Ivo Tarolli (Udc), relatore al disegno di legge di conversione, fa crescere, introducendo il meccanismo del silenzio assenso da parte delle soprintendenze, laddove la norma originaria prevede il parere necessario dei soprintendenti in relazione al pregio dell'immobile. L'intenzione del ministero dei Beni culturali è di procedere a un programma di dismissioni con cautela, che faccia dimenticare i rischi insiti in un'altra operazione affine, quella della Patrimonio Spa. I criteri di alienazione di parte del patrimonio statale e degli altri enti pubblici si trovano ben delineati i nel Codice dei beni culturali, che ha già ricevuto il primo sì dal Consiglio dei ministri a inizio ottobre. La norma è stata poi trasferita nel decretone, perché prima entra in vigore e prima permette di fare cassa. Con un intervento di chirurgia legislativa si farà in modo, alla fine, che a sopravvivere sia la norma del Codice, una volta che questo diventerà operativo. Il meccanismo messo a punto con il Codice prevede che siano assolutamente sottratti alla vendita: gli immobili e le aree di interesse archeologico, gli immobili riconosciuti monumenti nazionali con atti aventi forza di legge, le raccolte di musei, pinacoteche e biblioteche, gli archivi. In via provvisoria è stata, inoltre, introdotta l'inalienabilità di immobili pubblici con più di 50. «Mai, finché non sia stabilito il loro effettivo interesse culturale. Procedura che deve essere seguita (ma senza il vincolo del silenzio assenso) per tutti gli altri immobili, eccetto quelli di valore artistico espressamente sottratti alla vendita.
il Sole 24 Ore
21 Ottobre 2003
Il primo passo è la mappa del patrimonio
AN
Antonello Cherchi
il Sole 24 Ore
Il ministero dei Beni culturali ha un elenco di 119 beni statali che potrebbero essere alienati. L'elenco è stato creato nel 2000, ma la procedura di alienazione è stata fermata a causa di ricorsi alla giustizia amministrativa. Nel 2023, il ministero ha presentato un emendamento che introduce il meccanismo del silenzio assenso da parte delle soprintendenze, che potrebbe aumentare i rischi di alienazione. Il ministero vuole procedere a un programma di dismissioni con cautela, ma la norma originaria prevede il parere necessario dei soprintendenti in relazione al pregio dell'immobile.
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