MILANO - Qualcuno l'ha definita la più grande liquidazione del patrimonio culturale e ambientale del Paese che sia mai stata prevista da un provvedimento del governo. E, in effetti, se passasse in Finanziaria l'emendamento Tarolli, dal nome dell'esponente dell'Udc che l'ha proposto, il nostro patrimonio culturale sarebbe davvero a rischio svendita. Per ora, però, l'unica conseguenza seria del provvedimento è il terremoto scatenato nella maggioranza con al centro il ministro Giulio Tremonti. Ma andiamo con ordine. Il rischio del nostro patrimonio deriva da una modifica del comma 10 dell'articolo 27 che impone la formula del silenzio-assenso. Che cosa vuoi dire? Secondo l'articolo le Sovrintendenze dovranno passare al pettine i beni immobili e mobili di Stato, Regioni, Province e Comuni per decidere la loro eventuale cessione. Se, però, concluso il procedimento di verifica sulla sussistenza o meno dell'interesse culturale dell'immobile, le Sovrintendenze non forniscono alcuna comunicazione entro 60 giorni dalla ricezione della scheda descrittiva, ciò equivale «ad esito negativo della verifica». E, quindi, il bene dello Stato può essere venduto. Il primo a lanciare bordate era stato il ministro delle Attività culturali, Giuliano Urbani, a dare il via, qualche giorno fa, al coro di critiche. «Velleitario, controproducente, molto goffo» erano state le parole usate in un'intervista al Corriere della Sera. Ma ieri lo stesso Ivo Tarolli ha ribadito l'importanza del provvedimento, sul quale è pronto un voto di fiducia, tirando in ballo anche Tremonti. «Potremmo discutere - ha detto Tarolli - del termine, se spostarlo ad esempio da 60 a 90 giorni. Ma sia io che il ministero dell'Economia siamo concordi sul fatto che per la vendita un termine di scadenza debba esserci». Apriti cielo. Il coordinatore di An Ignazio La Russa: «L'emendamento alla legge finanziaria presentato dal senatore Udc Ivo Tarolli è un emendamento parlamentare, il governo ha un'altra posizione». Parlando a margine dell'inaugurazione del nuovo impianto turbogas della centrale Aem di Cassano D'Adda, La Russa ha spiegato che «Alleanza Nazionale è ferma alla proposta rigida di tutela dell'ambiente, che pure accettando il principio del condono, è stata varata proprio per limitare gli effetti e impedire che si trasformi in boomerang per il governo». Più duro ancora il ministro dell'Ambiente, Altero Malleoli. Il condono è stato accettato senza entusiasmo e solo per necessità, ha detto il ministro, ma con l'accordo di non presentare modifiche se non concordate. Se poi si presentano emendamenti «scegliendo la scorciatoia di farli presentare da un parlamentare», l'accordo non c'è più. «Si va al saccheggio» dei beni culturali e dunque non reggerebbe più nemmeno l'accordo sul condono edilizio. Anche il ministro Carlo Giovanardi ha preso male la cosa. «Nessun ministro era stato ed è autorizzato né a presentare né a far presentare dal relatore o da altri parlamentari proposte emendative senza il preventivo assenso del ministro per i Rapporti con il Parlamento» perché, ha spiegato, esiste una «circolare del Presidente del Consiglio» in base alla quale «per tutte le proposte emendative è necessario acquisire preventivamente il parere del ministro dell'Economia e di quello dei Rapporti con il Parlamento». Ma ieri a dominare la giornata della Finanziaria non è stato solo l'emendamento Tarolli. Al centro dell'attenzione anche la protesta del comune di Roma contro i tagli che il governo ha messo in cantiere. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni, ha scritto al presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama, dove è in discussione la legge Finanziaria, sollecitando modifiche al provvedimento ed eliminare i tagli previsti per Roma. Il sindaco, in particolare, si riferisce al definanziamento della legge per Roma capitale a partire dal 2005 e alla necessità di potenziare i trasferimenti erariali per il trasporto pubblico locale. Nella lettera Veltroni osserva che, «nel quadro generale di interventi fortemente negativi per la finanza degli enti locali e di certo da riequilibrare, si collocano ulteriori misure incidenti in modo diretto sulla situazione finanziaria della Capitale». Secondo Veltroni se questo avvenisse, «la città sarebbe così privata di uno strumento essenziale, che ha consentito opere come l'Auditorium, la riqualificazione dei vecchi Mercati generali, della stazione Tiburtina e di aree ferroviarie o gli scavi e il restauro dei Fori romani».