Un convegno per celebrare il quinto centenario delle collezioni papali Spesso si discute di come rendere più dinamici i nostri musei, accrescendone non solo il numero dei visitatori, ma anche la qualità delle proposte culturali. Si da per scontato che il dinamismo di musei europei e americani sia dovuto alla gestione privata, ma anche agli investimenti, talora enormi, in pubblicità e marketing. E l'Italia parte alla rincorsa, si sente "arretrata", escogita marchingegni per mettersi al passo con "l'estero". Ma qualcosa contraddice questo modello, sfugge alla falsa alternativa fra "museo antico e pubblico", obbligatoriamente statico, e "museo nuovo e privato", naturalmente dinamico. Lo mostra l'istantanea di un grande museo a cui non si adatta né l'una né l'altra etichetta. Un grande convegno davvero (per una volta) internazionale, con esperti dai cinque continenti che discutono appassionatamente lo "stato dell'arte" dei musei nel mondo; quattro milioni e trecentomila visitatori nel 2006, con un incremento del 12 per cento rispetto all'anno prima (incremento globale rispetto al 1999, un incredibile 90 per cento); un invidiabile programma di mostre di alta qualità, nel museo ma anche all'estero; iniziative che spaziano dall'arte antica alla contemporanea, un ricco programma di pubblicazioni scientifiche e divulgative, nuovi allestimenti e ampliamenti museali realizzati e progettati. Una performance come questa, verrebbe da attribuirla a uno di quegli invidiatissimi musei d'oltreoceano o d'oltralpe che si son fatti una giusta fama di dinamismo, favorita da cospicui fondi di gestione, da potenti trustee e da insistenti, costosissime campagne promozionali e di lobbying. E invece no. Il Museo di cui parliamo è nel cuore della penisola, anzi nel cuore di Roma: sono i Musei Vaticani. Il convegno del dicembre 2006 "L'idea del Museo. Identità ruoli prospettive" celebrava il quinto centenario dell'origine delle collezioni papali, identificandone l'atto di nascita nella scoperta del Laocoonte (14 gennaio 1506). Ma non era ovvio che in una tal circostanza un'istituzione tanto illustre, anzi veneranda, chiamasse a un franco e inedito confronto di idee, mirato al futuro, non solo studiosi e critici come Hans Belting, Okwui Enwezor, Romila Thapar, ma anche direttori di musei da Los Angeles a San Paolo del Brasile, da Sidney a Pechino, da Città del Messico a Bilbao, da Singapore a Detroit, al Cairo, a Istanbul; per non dire di Henry Loyrette (direttore del Louvre), di Neil MacGregor (direttore del British Museum), e così via. Si vide così, in tre giorni intensissimi, come l'immagine del museo stia cambiando in India o in America, in Europa e in Cina, come possa muoversi nella sfida radicale del nostro tempo fra "globale" e "locale". Se tanti esperti di prim'ordine allora risposero all'appello, fu non soltanto per la fama ineguagliabile delle collezioni vaticane, ma anche per il prestigio del direttore Francesco Buranelli, per il suo sapiente equilibrio fra le strategie di apertura a un crescente numero di visitatori e la capacità di fermarsi a pensare (e a far pensare), come quel convegno mostrò con eloquenza. La bellissima mostra sul Laocoonte che si aprì in quell'occasione fu una prova ulteriore di come si possano conciliare senza né compromessi né banalità alto livello scientifico e capacità di attrarre un largo pubblico con la qualità delle opere esposte e il loro impatto estetico ed emozionale. Inaugurando nel 2000 il nuovo ingresso dei Musei (che si apre non a caso in territorio italiano), papa Wojtyla sottolineò il valore non solo funzionale, ma simbolico di quell'entrata più capace e accogliente; Benedetto XVI ha ripetutamente richiamato (anche ai convegnisti dello scorso dicembre) la funzione universale dei Musei, indicando nel Laocoonte un'opera profana in perenne dialogo con la cultura religiosa, l'incarnazione stessa del principio del sublime. Il Vaticano, insomma, ha saputo ben integrare nelle proprie visioni strategiche anche l'istituzione "profana" del Museo. Eppure i Musei Vaticani non hanno gli sterminati fondi di gestione che tanti musei americani ricavano da donazioni miliardarie, da contributi pubblici, da un continuo e abilissimo fund raising; non fanno costose campagne promozionali nei media, anzi sono famosi semmai per la loro reticenza e discrezione, qualità oggi sempre più rare. Il boom dei Musei Vaticani fa dunque pensare, non solo per le sue dimensioni fuori del comune, ma anche per il rapporto più che virtuoso fra investimenti e risultati. È evidente che Buranelli ha saputo fare buon uso del capitale di fama e credibilità di un'istituzione di tanto prestigio e del suo personale altamente qualificato, conquistandosi sul campo un'ottima reputazione personale, per la capacità di governare una crescita così impetuosa senza rinunciare alla qualità culturale dei progetti. Insomma, un Museo prestigioso e antico, ma dinamico e di gran successo: inclini come siamo a guardare sempre lontano in cerca di modelli da imitare, non dovremmo forse guardare a questo nostro vicino di casa, anzi vicinissimo, per trarne ispirazione e monito?
Boom dei Musei Vaticani. Prestigio ed emozioni
Il Museo di Roma, i Musei Vaticani, ha raggiunto un grande successo con 4,3 milioni di visitatori nel 2006, con un incremento del 12% rispetto all'anno precedente. La mostra sul Laocoonte è stata una delle più belle e di alta qualità. Il direttore Francesco Buranelli ha saputo conciliare la crescita del museo con la qualità culturale dei progetti, senza rinunciare alla qualità. I Musei Vaticani non hanno gli stessi fondi di gestione degli sterminati musei americani, ma hanno saputo fare buon uso del capitale di fama e credibilità di un'istituzione di tanto prestigio.
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