L'anfiteatro romano, assieme alla necropoli di Tuvixeddu, è il monumento più importante dell'archeologia cagliaritana, condividendo con essa il pregio e per certi versi l'eccezionalità. Si tratta di un edificio connesso allo spettacolo costruito a Karalis attorno al I secolo d.C. Epicentro dell'uso romano del tempo libero, svolgeva raffinate funzioni di elaborazione e controllo sociale dell'aggressività mediante la sanzione estrema al vinto e al diverso, canalizzandola nella cruenta rappresentazione dello scontro fra mondo romano e mondo non romano, fra mondo civilizzato e mondo 'barbaro', fra barbari e animali selvaggi sostanzialmente omologati. Nel contesto della "theatralis licentia", esprimeva l'irruzione del ruolo e dell'immagine della politica. La struttura è particolarmente rara poiché mostra assieme l'opera edilizia 'a cavata' e muraria. Resta visibile la prima, mentre la seconda ha subito nel corso dei secoli un'ininterrotta spoliazione. Nei diciotto ordini di gradini che componevano la cavea potevano prendere posto circa 8000 spettatori. La prossima, prevista eliminazione dell'orribile allestimento ligneo e metallico sovrapposto nel 1999 ha riacceso le polemiche: particolarmente vivaci a Cagliari meritano un rilancio più generale. Si plaude alla misura, attesa da tutto il mondo scientifico; ci si oppone lamentando la perdita di un luogo che ha permesso straordinari eventi dello spettacolo. Eppure non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che un monumento archeologico, per nessuna ragione di utilizzo, debba essere danneggiato, o nascosto con interventi impropri. E' stato un grave errore autorizzare un intervento inaccettabile alla luce delle normative di tutela e di tutte le convenzioni, raccomandazioni e carte connesse al restauro, alla conservazione e alla promozione dei beni culturali. E assai opportuna è apparsa la garbata ma ferma posizione dell'Assessore Regionale Maria Antonietta Mongiu. Ma il tema merita un approfondimento, non solo per impedire che quanto è successo si possa ripetere: si rinnovano questioni serie in un'epoca nella quale, quasi per una straordinaria continuità con il sistema romano, lo spettacolo e la politica hanno un ruolo così importante. Che un monumento sia un testimone di un'altra epoca e svolga questa funzione, se non esclusiva, almeno primaria, non appare oggi così scontato: i luoghi dell'antichità possono svolgere la funzione di sedi e fondali per le attività ludiche del mondo contemporaneo, e se sì in quali condizioni e con quali limitazioni? E' preferibile, invece, promuoverli rispettandone la natura? Infine, la contemporaneità ha il diritto (e il dovere) di costruire i propri luoghi? Non mancano esempi di monumenti usati per grandi spettacoli. Ma, se non tutti hanno le buone condizioni strutturali dell'Arena di Verona, il cui uso nasce in epoca di diverse sensibilità alla conservazione ed alla ricerca archeologica., molti sono gli esempi negativi, con grave scempio delle strutture e della loro integrità. Una delle ragioni più forti e attraenti di chi vorrebbe che gli spettacoli all'anfiteatro romano di Cagliari continuassero si avvale dei nomi di celebri esecutori e artisti, del numero degli spettatori (150mila e oltre nell'ultima stagione) e dei relativi incassi. Se allestissimo per anni spettacoli di alto livello dentro il villaggio e il nuraghe di Barumini verrebbero centinaia di migliaia di persone, ma non ci sembrerebbe un'ottima idea, almeno finchè si crede che i monumenti come testimonianze della memoria debbano svolgere, e bene, tale funzione primaria. I beni culturali e ambientali come una delle speranza di un nuovo sviluppo dell'economia sarda? Può essere, ma è difficile ed errato ridurli a merce, se non altro perché nella loro natura essi non lo sono. Un monumento archeologico è un bene comune molto speciale; ha bisogno di conservazione attenta e uso controllato, di vigilanza competente sul carico antropico. Di promozione. La conservazione per noi e le generazioni future, assieme al suo messaggio primario, deve essere centrale per ogni ipotesi di cosiddetto 'uso economico'. Allora: i 150.000 spettatori annui dell'anfiteatro-spettacolo sono così distanti da quelli possibili con le visite archeologiche? Si può pensare a qualcosa di più di quello sprezzante 'duecento visitatori' che l'on. Mariano Delogu, sindaco di Cagliari ai tempi dell'operazione, ha ipotizzato con giudizio ingeneroso e poco avveduto nel caso dovesse terminare l'attuale uso del monumento cagliaritano? Pur nella precarietà di gestioni di preistoria imprenditoriale lasciate a lungo senza mezzi e con molti lacciuoli, il lavoro dei gruppi delle aree archeologiche ha portato gli oltre 70.000 visitatori annui di Barumini ed i 45.000 di Torralba. Senza contare, nella gestione statale, i 107.000 (arrivati a 150.000 qualche anno fa) della casa di Garibaldi. Qualcosa di più di 200 visitatori e senza le imponenti promozioni e l'appeal consumistico dei vari e pur bravissimi Ligabue, Vasco Rossi, Guccini, Grillo etc. Molte sono le ragioni per mantenere un giudizio pesantemente negativo sull'attuale sistemazione dell'anfiteatro romano. Gli aspetti normativi, giuridici e d'indirizzo appaiono violati o ignorati: le norme di tutela in vigore (prima la 4901999, ora la legge 422004), le Carte del Restauro, la dichiarazione di Segesta 1995 (riferita ai teatri), le convenzioni europee di Granada 1985 e Malta 1992. I danneggiamenti non sono affatto di poco conto (altro che reversibilità!!!), le strutture originarie pare siano state forate. Tolta la sovrapposizione contestata, è bene che tutto sia monitorato e misurato in maniera dettagliata, senza nessuna copertura degli errori effettuati in sede autorizzativa, di installazione e di spettacolo, compresi gli esiti di carico antropico e pressione acustica sulla struttura. Lo spettacolo contemporaneo ha obliterato totalmente la struttura antica, rendendola non leggibile e riducendo ad una subordinata la funzione memoriale e il lavoro delle competenti guide attualmente attive. Un grande monumento archeologico, con il suo irrinunciabile valore urbanistico, non ha l'evidenza che merita. Apparirà difficile e forse anche impopolare dare uno stop ai successi delle stagioni musicali all'anfiteatro. Tale impopolarità merita il coraggio di una sfida culturale, e di misure adeguate per svuotarla: esse si fondano su una forte valorizzazione delle aree archeologiche cagliaritane, continuando a liberarle dalla speculazione e dalla prevalenza degli usi impropri, rilanciando nuove ricerche (anche per Tuvixeddu) che significano restauri conservativi adeguati (non giardinetti da cantiere estivo per l'occupazione) e scavi archeologici fondamentali per la conoscenza e la stessa tutela. Costruendo forti ed avanzati sistemi di promozione e gestione. E la società contemporanea, più che comportarsi in maniera parassitaria verso i monumenti antichi, esprima piuttosto proprie forme architettoniche ed acustiche dedicate allo spettacolo. Occorre perciò investire in nuove strutture di architettura contemporanea, riservando eventualmente a rari e speciali eventi i manufatti archeologici. La proposta di Stefano Deliperi (costruire un nuovo edificio per lo spettacolo distanziato dall'anfiteatro restituito alla sua piena dimensione archeologica e come fondale di pregio) è meritevole di attenzione: a patto che sia effettuata un' approfondita verifica archeologica su ampia scala nel sito, e che la nuova struttura possa rispettarne, compito non facile, l'unità paesaggistica. Altro che lasciare almeno uno dei nuovi anelli (c'è pur sempre un'idea centrista): l'osceno tavolato va tolto, l'anfiteatro romano di Karalis liberato, indagato scientificamente, restaurato, restituito, con l'importanza che merita il monumento e la straordinaria bellezza del contesto urbanistico, alla memoria della città e al piacere di moltissimi visitatori.
Il Manifesto Sardo
1 Ottobre 2007
Anfiteatro di Cagliari
MA
Marcello Madau
Il Manifesto Sardo
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