ROMA Nessuno ne sa niente, quasi nessuno lo vuole. E così l'emendamento che avrebbe dovuto rendere più facile la vendita dei beni di interesse culturale pare avviarsi a fare la fine di molte delle oltre duemila proposte di modifica al "decretone". Destinate :al sacrificio in nome dei tempi strettissimi della manovra 2004. L'ultima parola sulla sua sorte la dirà il vertice di maggioranza che è slittato ad oggi. Dal quale dovrebbero uscire indicazioni anche sul ricorso al voto di fiducia. Ma la giornata di ieri ha assestato un bel colpo alla possibilità di trasformare in legge quelle poche righe. Concepite più o meno così: le sovrintendenze regionali hanno 60 giorni di tempo per comunicare se un determinato bene messo in vendita vada considerato di interesse artistico o culturale. Qualora non rispondano alla richiesta, resta inteso che la 'vendila si può fare. Difficile ormai, praticamente impossibile, trovare qualcuno che di questa idea rivendichi esplicitamente la paternità. In calce c'è la firma di Ivo Tarolli, senatore dell'Udc nonché relatore del decretone che accompagna la manovra per il 2004. Tarolli però, con molta modestia, ci tiene a dividere la responsabilità della proposta con il ministero dell'Economia. Il quale a sua volta, per bocca del sottosegretario Armosino. ha garantito di non saperne nulla. In compenso la schiera dei contrari è quanto mai folta. C'è naturalmente all'opposizione al gran completo. Ma non vogliono sentir parlare di silenzio-assenso nemmeno i ministri dei Beni culturali e dell'Ambiente: entrambi ne fanno una questione di principio, ricordando i rospi che hanno già dovuto ingoiare avallando il condono edilizio. Così ieri si è dovuto occupare della grana anche Gianni Letta. C'è una traccia del suo intervento anche nelle parole di un altro ministro, Carlo Giovanardi. Il responsabile dei rapporti con il Parlamento, per negare che sul contestato emendamento ci sia il timbro ufficiale dell'esecutivo, ha rispolverato una circolare di Palazzo Chigi, nella quale si richiede l'assenso esplicito del suo ministero a qualsiasi proposta di modifica fatta propria dal governo. Ancora più esplicito Rocco Buttiglione. Nello scagionare il relatore, si è augurato che «tutti i ministri, quando vogliono fare degli emendamenti, li propongano in prima persona, assumendosene la responsabilità politica». Tremonti non è nominato, ma il riferimento è abbastanza chiaro. Per finire, anche il coordinatore di An La Russa ha preso le distanze, parlando di «iniziativa parlamentare». Così Tarolli ha potuto solo ricordare che i suoi emendamenti erano stati presentati «su sollecitazione del Ministero dell'Economia con il presupposto che godessero di un' intesa tra i ministri». E nonostante la versione di Via Venti Settembre sia diversa, ha difeso anche nel merito la proposta. Sempre però usando il "noi": «Potremmo discutere del termine, se spostarlo ad esempio da 60 a 90 giorni, ma sia io che il ministero dell' Economia siamo concordi sul fatto che per la vendita un termine di scadenza debba esserci». E per completare la giornata c'è stato un piccolo bis. Il sottosegretario alla Difesa Bosi ha respinto al mittente, che è sempre il relatore, l'emendamento sulla vendita degli alloggi di servizio dei militari. Aggiungendo sarcasticamente che quel testo «non è del governo, ma solo suggerito da ambienti del Tesoro».