ROMA «Bisogna stare ai patti decisi in Finanziaria e ogni modifica va decisa insieme, non può nascere da iniziative estemporanee». Rocco Buttiglione, ministro delle Politiche comunitarie, misura le parole ma si capisce che è indispettito. Quella modifica alla parte del decretone sul condono edilizio, ispirata dal ministero dell'Economia, che consente vendite lampo dei beni culturali col meccanismo del silenzio-assenso, e che ha creato una mezza rivolta anche dentro il governo, non la manda giù. Più nel metodo che nel merito. Anche perché chi ha presentato l'emendamento fa parte del suo partito. Allora non è vero che nell'Udc ce l'hanno tutti con il ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «Se il senatore Ivo Tarolli ha accolto quell'emendamento è perché qualcuno glielo ha chiesto». E secondo lei chi è stato? «Non importa. Il ministro dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi giustamente ha ricordato che la regola stabilita collegialmente impone che gli emendamenti del governo passino dalla sua scrivania. E non può essere un singolo ministro che invia un emendamento». Allora come si spiega? «Non me la spiego. Aspetto di avere una spiegazione». Crede che sia una forzatura voluta dall'Economia? «Non lo so. So solo che se è un emendamento del governo non è passato attraverso Giovanardi e quindi vuoi dire che è un emendamento di un ministero. Occorre che questo ministero si prenda le sue responsabilità e noi le valuteremo». E' anche per questo emendamento fantasma che è saltato il vertice di maggioranza previsto per oggi (ieri per chi legge)? «Abbiamo pensato di prenderci un po' di tempo per cercare di fare chiarezza su questa vicenda». Chiarezza vuol dire decidere se lasciare in vita l'emendamento oppure ritirarlo? «Prima di demonizzare il meccanismo del silenzio-assenso, pensiamoci. Un conto è costringere l'amministrazione pubblica a essere più efficiente e dare risposte in tempi accettabili. Un altro conto è svendere i beni culturali italiani. A questa seconda ipotesi siamo ovviamente contrari». Vista l'aria che tira, sulla Finanziaria e sul decretone si parla della possibilità di un voto di fiducia. Che ne dice? «Tutto è possibile. Ma bisogna stare attenti nell'uso del voto di fiducia perché riduce il potere di esame del Parlamento». Intanto venerdì c'è un altro passaggio difficile per il governo. Lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni. Dopo che succede? «Dopo lo sciopero la nostra disponibilità a trattare col sindacato deve rimanere immutata. Ci sono molte cose che il sindacato deve negoziare. Cominciando dal problema del pubblico impiego, un aspetto rimasto appeso in aria». Sulla vostra disponibilità a trattare col sindacato c'è più di un dubbio... «Credo che il sindacato abbia buone ragioni a essere irritato col governo perché qualche errore nel metodo è stato fatto dando l'impressione di cercare una sintesi al di fuori del dialogo con le parti sociali». Forse non è solo un'impressione... «Le forze politiche non si devono sostituire al sindacato e proprio per questo abbiamo insistito sul fatto che, fermo l'obiettivo, le modalità devono rimanere aperte. Se Pezzotta è arrabbiato col governo ha qualche ragione. Ciò che non si può fare è dire che il problema non c'è perché tutte le istituzioni finanziare, dall'Ocse al Fondo monetario, sostengono il contrario». Ma se la discussione va così in là, addio incentivi al 32,7 dal primo gennaio... «Non lo so perché questa mi sembra la parte meno controversa della riforma. Se dopo lo sciopero il sindacato si siede al tavolo delle trattative sicuramente quello sarà il tema da cui iniziare per consentire di rispettare i tempi».