È ancora allarme rosso sul martoriato fronte del nostro patrimonio culturale. Dopo la legge eversiva sulla Patrimonio S.p.A., una mostruosità giuridica che per la prima volta nella storia italiana creava un meccanismo di dismissioni indiscriminate del patrimonio immobiliare pubblico (inclusi i beni culturali), e mentre nel Paese cresceva la consapevolezza della centralità di questo problema e della gravita del pericolo, si sono susseguiti segnali contrastanti da parte del governo. Da un lato, il ministro Urbani ha messo in moto il complesso iter per la redazione e l'approvazione di un nuovo Codice dei beni culturali e paesaggistici; la versione varata dal Consiglio dei ministri in prima lettura è certo aperta a critiche e miglioramenti, ma almeno sul fronte delle alienazioni offre garanzie superiori a quelle delle norme vigenti. Dall'altro lato, le azioni del ministero dell'Economia tese ad alienare il nostro patrimonio culturale hanno continuato indisturbate, calpestando l'art. 9 della nostra Costituzione e ignorando persino gli energici richiami del presidente Ciampi alla lettera e allo spirito della Carta costituzionale (in una lettera a Berluscorii subito dopo la promulgazione della legge sulla Patrimonio S.p.A. e in un pubblico discorso dello scorso 5 maggio). In particolare, prosegue senza sosta l'attività delle varie Scip (Società per la cartolarizzazione di immobili pubblici), gestite da un amministratore unico (cittadino britannico) e con capitale versato proveniente da due società olandesi. Esse appartengono a una tipologia di trust funds denunciata per la sua struttura tutt'altro che trasparente, dall'organizzazione intergovernativa mondiale contro il riciclaggio di denaro e dal governo degli Usa. L'affidamento alle Scip delle dismissioni del nostro patrimonio è inoltre procedura doppiamente contestabile, non solo per scarsa trasparenza ma anche perché concepita in modo da eludere lo scomodo passaggio attraverso i pareri di merito del ministero dei Beni culturali. Intanto, un decreto legislativo varato in tutta fretta il 4 dicembre 2002 (in clima non di Natale ma di Finanziaria) ha introdotto con un colpo di mano il concetto di «dismissione urgente», mettendo in vendita letteralmente in tre giorni decine di immobili in tutta Italia, ancora una volta senza consultazioni previe col ministero dei Beni culturali. In modo del tutto analogo, il devastante condono edilizio destinato a ferire profondamente le nostre città e i nostri paesaggi non solo ignora, ma irride e calpesta la proposta di legge Urbani sulla qualità architettonica e ambientale, approvata dal governo poche settimane prima. Di fronte a questa apparente schizofrenia del governo Berlusconi, gli ottimisti hanno continuato a sbandierare la nuova linea Urbani (il Codice, la qualità architettonica) come il toccasana di ogni male. Lasciatelo arrivare in fondo, si argomentava, e tutto andrà a posto. Il Codice infatti non vieta affatto la dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, ma fissa una chiara distinzione fra quello che ha valore storico e culturale, e dunque deve restare inalienabile, e quello che non lo ha (e dunque può ovviamente essere alienato). Per gli appetiti di Tremonti, sono in molti a dirlo, le proprietà pubbliche senza valore culturale dovrebbero ampiamente bastare, visto che a quel che pare sono circa il 70 del totale. Non è così; anzi, gli ottimisti hanno torto, hanno ragione i profeti di sciagure. Tornata la stagione della Finanziaria, il forsennato attacco al patrimonio culturale italiano riparte in pieno assetto di guerra dai corridoi del ministero dell'Economia. L'art. 27 della Finanziaria 2004 impone infatti la verifica dell'interesse artistico, storico o archeologico dei beni non solo immobili, ma anche mobili di proprietà pubblica entro il termine perentorio di 30 giorni. Responsabili della verifica sono oltre tutto le Soprintendenze regionali, di creazione recentissima e che non dispongono degli inventali dei beni, ancora (e giustamente) presso le relative soprintendenze di settore. Come se non bastasse, il sen. Tarolli (Udc, membro della Commissione Bilancio) ha presentato un emendamento secondo cui la mancata risposta da parte della Soprintendenza equivale all'insussistenza dell'interesse culturale del bene: un quadro saltato dagli inventari, un palazzo o una chiesa ancora in via di classificazione diventa così immediatamente vendibile. Il principio accolto nel Codice Urbani era di far cadere il vincolo di inalienabilità solo all'accertamento della mancanza di interesse culturale, e per questa strada rendeva possibile la veloce compilazione di liste di beni alienabili subito. Questo principio viene vergognosamente capovolto in silenzio-assenso, secondo cui se di qualcosa non si dichiara rapidissimamente l'interesse culturale, vuoi dire che non ne ha affatto. E questo in Italia, Paese noto in tutto il mondo per la densità senza paralleli del patrimonio artistico «maggiore» e «minore» che forma un tutto inscindibile, vanto e identità di tutti gli italiani (salvo il sen. Tarolli)! In perfetta sintonia e sincronia con questa prima nefandezza, un'altra ne è stata approvata il 15 ottobre a Montecitorio: l'art. 32 del disegno di legge-delega in materia ambientale (1753-B) è stato emendato in modo da consentire la totale sanatoria degli illeciti in materia paesaggistica, senza alcun limite all'aumento delle superfici e dei volumi e senza alcuna dichiarazione di compatibilità basata sulle norme di protezione del paesaggio, cioè aggravando oltre il credibile le norme già pessime della legge sul condono edilizio. Per giunta, l'emendamento (ora in attesa di ratifica al Senato) interviene con una modifica radicale proprio su quel Testo Unico dei beni culturali che il Codice Urbani (approvato dal Consiglio dei Ministri, lo ripeto, pochi giorni fa) intendeva sostituire, e in cui non figura certo una norma tanto devastante. Queste due «mosse» legislative degli ultimi giorni vanno viste insieme, come parte di un barbaro assalto al nostro patrimonio paesaggistico e culturale, che a bella posta ignora il codice Urbani e si fa beffe della Costituzione. Esse disegnano una precisa volontà politica, targata Tremonti, che va in direzione diametralmente opposta a quella espressa dal Codice. La strategia del ministro dell'Economia è dunque, lo ammetteranno ormai i più increduli, quella che abbiamo indicato su questo giornale lo scorso 11 luglio: «Generare sempre nuovi meccanismi e nuove società private per la dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato», a cui ora si aggiunge anche il patrimonio mobile, nonché il saccheggio del paesaggio e dell'ambiente. Tali attentati alla Costituzione e all'Italia possono ancora essere rimediati prima dell'approvazione di queste norme perverse, e il nostro appello in tal senso va prima di tutto al governo e al Parlamento. E un appello lanciato anche dal ministro Urbani, in un'ampia intervista, al Corriere della Sera di domenica 19, nella quale cita una propria lettera a Berlusconi e manifesta ottimismo, temo eccessivo, sugli esiti finali dello scontro. Se questo appello verrà accolto, sarà un buon segno. Ma se non venisse accolto, se i desperados di Tremonti avessero la meglio, l'interpretazione potrebbe essere una e una sola. Non più «un colpo al cerchio e uno alla botte», non più la «doppia verità» del governo Berlusconi o la sua schizofrenia. La vittoria della linea vandalica di assalto al patrimonio vorrebbe dire un'altra cosa: che in questo governo ci sono, ben distinte e non comunicanti, la stanza dei giochi e la stanza dei bottoni. Nella stanza dei giochi, un ministro può anche perdere mesi a costruire norme di garanzia e di tutela dei beni culturali, un altro ministro a mettere insieme un piano per il rilancio della ricerca. Facciano pure. Tanto, nella stanza dei bottoni un altro ministro (e uno solo) prende tutte le decisioni che contano, può, se gli aggrada, tagliare i fondi alla ricerca; condonare le violenze sul paesaggio, vendere conventi e musei, pur di incassare «una paccata di denaro», secondo l'elegante dichiarazione del sottosegretario Armosino. Ma se questo dovesse essere l'esito delle discussioni in Parlamento, l'appello di chi ha a cuore le sorti del nostro patrimonio culturale e ambientale non deve cadere: esso va anzi «girato» a tutti i cittadini, in primo luogo ai soprintendenti e funzionali ministeriali che si spera vincoleranno anche in eccesso, anche tutto, pur di non perdere l'essenziale; agli amministratori regionali e locali, che potranno mettere in atto procedure di blocco degli atti di vendita (come può fare la Sardegna sulla base dell'art. 14 del proprio Statuto); alla magistratura, infine, a cui toccherà trovare il modo di portare all'attenzione della Corte Costituzionale queste leggi che spregiano e offendono l'articolo 9 della Costituzione. In questa battaglia di civiltà contro saccheggiatori e vandali, la parola è ora al governo e al Parlamento. Dicano da che parte stanno.
la Repubblica
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SA
Salvatore Settis
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